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"CON GLI OCCHI DEI SAHARAWI"
(Un film su dolore e dignità del popolo profugo nel deserto) Un campo rifugiati nel Sahara. La storia di una guerra durata 16 anni e il fascino di una società poverissima ma nobile.

Siamo partiti a fine aprile in un centinaio per i campi profughi Saharawi, con una spedizione della Ong Progetto Sviluppo Lazio, da Teatri Uniti e dalla rappresentanza Saharawi in Italia. Poichè bisognava passare per Algeri, il ministero degli esteri italiano aveva ufficialmente sconsigliato il viaggio. C'erano persone le più diverse, medici, ingegneri , impiegati, attori....Quanto a me, lo scorso settembre mi ero recato con la mia troupe nei campi Saharawi per realizzare un breve film per la Rai , e mi sono unito a questa spedizione per proiettarlo a distanza di sei mesi nei luoghi dove era stato girato. Della indimenticabile serata, organizzata chiamando una ad una le persone che avevano interpretato il film, armando un piccolo schermo e vivendo l'emozione di un riconoscimento popolare fatto di attenzione, divertimento e affetto, non dirò più di tanto. E' dei Saharawi che bisogna parlare. Riassumiamone brevemente la vicenda: colonia spagnola fino al 1975, il Sahara occidentale, territorio ricco di fosfati e dal mare pescosissimo, non venne restituito al suo popolo, i Saharawi, ma invaso dalla Mauritania ( che di lì a poco si ritirò) e dal Marocco che a tutt'oggi lo occupa militarmente. I Saharawi sono un popolo dal ceppo antichissimo e parla una sua propria variante dell'arabo, l'asanya. In seguito all'invasione, gran parte della popolazione civile fu costretta a un esodo di proporzioni bibliche per sfuggire al genocidio, e trovò rifugio nel deserto algerino dove è attualmente accampata e dove noi ci siamo recati col nostro viaggio. L'esercito Saharawi del Fronte Polisario- un mito della sinistra anni '70- ha tenuto testa da allora militarmente al Marocco, nonostante la sproporzione numerica e di arsenale, nonostante i bombardamenti al napalm, i desaparecidos, la repressione durissima nei territori occupati, le torture nelle galere, le mine (spiccano per efficacia quelle italiane) e un muro di oltre 2000 chilometri costruito nel deserto dai marocchini per impedire ogni tentativo di fuga ed incursione. Dal 1991 c'è una tregua: l'Onu ha istituito una missione con lo scopo di promuovere un referendum per autodeterminazione nel Sahara Occidentale, che si doveva tenere nel 1992. Gli anni sono passati, e mentre il Marocco ha continuato a insediare i suoi coloni nei territori occupati, il referendum è stato continuamente rimandato. Ci sarà a questo punto una ripresa della guerra? Schiacciati tra la potente diplomazia marocchina, l'ostruzione integralista del canale algerino e il fatalismo occidentale (ormai o è mondo capitalistico o non è), molti Saharawi cominciano a non credere più a vuote promesse e pensano sia meglio riprendere le armi. La recentissima visita ai campi di James Baker in veste di mediatore ha ridato un po' di speranza, ma perché la causa dei Saharawi trovi ragione pacificamente bisogna che si ricominci a parlare di loro, anche oggi che l'internazionalismo rivoluzionario è scomparso. Quella Saharawi è infatti una società realmente egualitaria. E' una società libera : libere le opinioni, libero il rapporto uomo - donna, pieno di attenzioni l'impegno per i bambini. E' un popolo profondamente colto: non solo per la secolare tradizione di nomadismo e la contaminazione arabo-berbero-yemenita, ma anche per una capacità di conoscenza e di analisi del comportamento per niente ingenua o timorosa. Grandi lavoratori, riescono con pochissimi mezzi a gestire un sistema scolastico completo come a far nascere un orto dalla sabbia. I Saharawi non nascondono la loro povertà come se fosse una vergogna: al contrario, sanno valorizzare e nobilitare il poco che hanno, al punto che le stesse tendopoli messe su con gli aiuti umanitari- che in tanti altri posti al mondo sono inferni senza redenzione - qua sembrano villaggi millenari. Sono infatti capaci di scrivere con i colori, con la luce, con i materiali più poveri sulla grande tela che è il deserto. Hanno esposto al museo della guerra- semplicemente un grande recinto sotto il sole- delle casse di legno contenenti le innumerevoli foto che i nemici uccisi avevano con sé: fidanzate, madri, amici, compagni di scuola.... E' una delle più sconvolgenti opere sull'assurdità della guerra che io abbia mai visto, realizzata con una esemplarità che fa pensare da un lato a Beuys, dall'altro ad Eschilo che ne "I Persiani" cantava il dolore e la dignità dei nemici vinti.I Saharawi, musulmani, sono religiosi, ma lontani dalle insidie dell'integralismo. Sono soldati valorosi, ma non hanno mai commesso atti di terrorismo internazionale, e questa è assurdamente una delle ragioni per cui il mondo non si cura di loro. Non mancano difficoltà e contraddizioni, certo, ma il quadro che ho provato a dipingere credo sia abbastanza vicino alla verità. I Saharawi non sono molto numerosi, ecco l'unica attendibile ragione degli avversari che io conosca: e vi sembra una buona ragione, questa, per integrarli, umiliarli, addirittura cancellarli? Ahmed, mio prezioso collaboratore per il film, ha un figlio di ventidue anni nei territori occupati che non ha mai visto, perché la moglie era incinta ai tempi dell'esodo e lui non ha potuto incontrarla mai più. Alewa, il bambino protagonista del film, ci ha salutati da bravo ometto coraggioso con una stretta di mano, e poi è scoppiato in lacrime: come il bambino che interpreta nel film, anche lui vorrebbe vedere un mare di cui ha diritto, ed è costretto a vivere in un luogo di una durezza che piegherebbe chiunque. Ma i Saharawi hanno una grande pazienza. Io vorrei invitare i lettori a conoscere e ad aiutare in tutte le forme possibili questo popolo così degno e bisognoso di solidarietà. Al nostro governo di centro sinistra, un invito: non è la politica economica di sacrifici che sconcerta molti suoi elettori, ma la difficoltà a inscrivere la parola "sacrificio" ( che è una parola ardua e molto importante) in un sistema di valori fondato unicamente sull'arricchimento individuale, sul consumismo sfrenato, sul mercato come altare. I Saharawi conoscono ed elaborano valori alternativi. Hanno quindi da insegnare. Ritagli, il nostro governo, uno spazio nella sua politica estera per questo popolo. Non se ne pentirà. (Mario Martone)


Da l'Unità del 17 Maggio 1997
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