Siamo partiti a fine aprile in un centinaio per
i campi profughi Saharawi, con una spedizione della Ong Progetto
Sviluppo Lazio, da Teatri Uniti e dalla rappresentanza Saharawi
in Italia. Poichè bisognava passare per Algeri, il
ministero degli esteri italiano aveva ufficialmente sconsigliato
il viaggio. C'erano persone le più diverse, medici,
ingegneri , impiegati, attori....Quanto a me, lo scorso settembre
mi ero recato con la mia troupe nei campi Saharawi per realizzare
un breve film per la Rai , e mi sono unito a questa spedizione
per proiettarlo a distanza di sei mesi nei luoghi dove era
stato girato. Della indimenticabile serata, organizzata chiamando
una ad una le persone che avevano interpretato il film, armando
un piccolo schermo e vivendo l'emozione di un riconoscimento
popolare fatto di attenzione, divertimento e affetto, non
dirò più di tanto. E' dei Saharawi che bisogna
parlare. Riassumiamone brevemente la vicenda: colonia spagnola
fino al 1975, il Sahara occidentale, territorio ricco di fosfati
e dal mare pescosissimo, non venne restituito al suo popolo,
i Saharawi, ma invaso dalla Mauritania ( che di lì
a poco si ritirò) e dal Marocco che a tutt'oggi lo
occupa militarmente. I Saharawi sono un popolo dal ceppo antichissimo
e parla una sua propria variante dell'arabo, l'asanya. In
seguito all'invasione, gran parte della popolazione civile
fu costretta a un esodo di proporzioni bibliche per sfuggire
al genocidio, e trovò rifugio nel deserto algerino
dove è attualmente accampata e dove noi ci siamo recati
col nostro viaggio. L'esercito Saharawi del Fronte Polisario-
un mito della sinistra anni '70- ha tenuto testa da allora
militarmente al Marocco, nonostante la sproporzione numerica
e di arsenale, nonostante i bombardamenti al napalm, i desaparecidos,
la repressione durissima nei territori occupati, le torture
nelle galere, le mine (spiccano per efficacia quelle italiane)
e un muro di oltre 2000 chilometri costruito nel deserto dai
marocchini per impedire ogni tentativo di fuga ed incursione.
Dal 1991 c'è una tregua: l'Onu ha istituito una missione
con lo scopo di promuovere un referendum per autodeterminazione
nel Sahara Occidentale, che si doveva tenere nel 1992. Gli
anni sono passati, e mentre il Marocco ha continuato a insediare
i suoi coloni nei territori occupati, il referendum è
stato continuamente rimandato. Ci sarà a questo punto
una ripresa della guerra? Schiacciati tra la potente diplomazia
marocchina, l'ostruzione integralista del canale algerino
e il fatalismo occidentale (ormai o è mondo capitalistico
o non è), molti Saharawi cominciano a non credere più
a vuote promesse e pensano sia meglio riprendere le armi.
La recentissima visita ai campi di James Baker in veste di
mediatore ha ridato un po' di speranza, ma perché la
causa dei Saharawi trovi ragione pacificamente bisogna che
si ricominci a parlare di loro, anche oggi che l'internazionalismo
rivoluzionario è scomparso. Quella Saharawi è
infatti una società realmente egualitaria. E' una società
libera : libere le opinioni, libero il rapporto uomo - donna,
pieno di attenzioni l'impegno per i bambini. E' un popolo
profondamente colto: non solo per la secolare tradizione di
nomadismo e la contaminazione arabo-berbero-yemenita, ma anche
per una capacità di conoscenza e di analisi del comportamento
per niente ingenua o timorosa. Grandi lavoratori, riescono
con pochissimi mezzi a gestire un sistema scolastico completo
come a far nascere un orto dalla sabbia. I Saharawi non nascondono
la loro povertà come se fosse una vergogna: al contrario,
sanno valorizzare e nobilitare il poco che hanno, al punto
che le stesse tendopoli messe su con gli aiuti umanitari-
che in tanti altri posti al mondo sono inferni senza redenzione
- qua sembrano villaggi millenari. Sono infatti capaci di
scrivere con i colori, con la luce, con i materiali più
poveri sulla grande tela che è il deserto. Hanno esposto
al museo della guerra- semplicemente un grande recinto sotto
il sole- delle casse di legno contenenti le innumerevoli foto
che i nemici uccisi avevano con sé: fidanzate, madri,
amici, compagni di scuola.... E' una delle più sconvolgenti
opere sull'assurdità della guerra che io abbia mai
visto, realizzata con una esemplarità che fa pensare
da un lato a Beuys, dall'altro ad Eschilo che ne "I Persiani"
cantava il dolore e la dignità dei nemici vinti.I Saharawi,
musulmani, sono religiosi, ma lontani dalle insidie dell'integralismo.
Sono soldati valorosi, ma non hanno mai commesso atti di terrorismo
internazionale, e questa è assurdamente una delle ragioni
per cui il mondo non si cura di loro. Non mancano difficoltà
e contraddizioni, certo, ma il quadro che ho provato a dipingere
credo sia abbastanza vicino alla verità. I Saharawi
non sono molto numerosi, ecco l'unica attendibile ragione
degli avversari che io conosca: e vi sembra una buona ragione,
questa, per integrarli, umiliarli, addirittura cancellarli?
Ahmed, mio prezioso collaboratore per il film, ha un figlio
di ventidue anni nei territori occupati che non ha mai visto,
perché la moglie era incinta ai tempi dell'esodo e
lui non ha potuto incontrarla mai più. Alewa, il bambino
protagonista del film, ci ha salutati da bravo ometto coraggioso
con una stretta di mano, e poi è scoppiato in lacrime:
come il bambino che interpreta nel film, anche lui vorrebbe
vedere un mare di cui ha diritto, ed è costretto a
vivere in un luogo di una durezza che piegherebbe chiunque.
Ma i Saharawi hanno una grande pazienza. Io vorrei invitare
i lettori a conoscere e ad aiutare in tutte le forme possibili
questo popolo così degno e bisognoso di solidarietà.
Al nostro governo di centro sinistra, un invito: non è
la politica economica di sacrifici che sconcerta molti suoi
elettori, ma la difficoltà a inscrivere la parola "sacrificio"
( che è una parola ardua e molto importante) in un
sistema di valori fondato unicamente sull'arricchimento individuale,
sul consumismo sfrenato, sul mercato come altare. I Saharawi
conoscono ed elaborano valori alternativi. Hanno quindi da
insegnare. Ritagli, il nostro governo, uno spazio nella sua
politica estera per questo popolo. Non se ne pentirà.
(Mario Martone)
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