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Hanno le scuole coi corridoi di sabbia: poche gocce di pioggia
e i muri si sciolgono. Abitano in tende, ma conservano il
ricordo di quando vivevano in case in muratura. Nei campi
profughi, dove sono costretti da oltre vent'anni, il denaro
è quasi sconosciuto, sostituito dal baratto. Sono riusciti
a realizzare in pieno deserto, tra la sabbia e i sassi, degli
orti i cui prodotti vengono distribuiti alle famiglie bisognose.
Le donne preparano i tappeti, i quali sono poi venduti all'Algeria,
che li ospita, e con il ricavato della vendita creano dei
dispensari. "Nel deserto ti aspetteresti di tutto",
osserva Luciano Nadalini, fotoreporter, "meno che di
vedere un ospedale fatto di una flebo tenuto in mano da un'infermiera".
"Riescono ad assicurare a tutti il necessario",
dice Marco Trovato, giornalista, "attraverso delle originali
strutture di mutuo soccorso".
Mario Martone, che ha girato un film per l'Unicef sui bambini
Saharawi, sostiene: "Un popolo che non ha nulla è
stato in grado di sviluppare forme sociali che in larghissima
misura possono essere definite giuste". Nei disegni dei
loro bambini, Fabrizia Ramondino, scrittrice, (Polisario -
Un'astronave dimenticata nel deserto, Gamberetti Editore),
nota "un cammino che conduce al mare, quasi sempre simile
a un acquario dove nuota un pesce". E' il mare abbandonato
dal popolo Saharawi, costretto alla fuga, che sopravvive nella
memoria, in contrasto con il mondo circostante: arido, ventilato,
dove l'acqua è un miraggio.
Si calcola che siano 170 mila i Saharawi (che significa "gente
del deserto") residenti nei campi profughi nell'estremo
Sud-Ovest dell'Algeria e nelle aree liberate del Sahara Occidentale.
Di loro si parla poco, come di tutti i popoli "dimenticati",
come i Curdi o i Timoresi, le cui rivendicazioni vanno a turbare
interessi consolidati ed equilibri internazionali delicati.
I rifugiati Saharawi sono i sopravvissuti al grande esodo:
interminabili marce nel deserto, inseguiti dall'aviazione
marocchina, dal Sahara Occidentale (occupato dal Marocco tra
il 1975 e il 1976), che si estende lungo le sponde dell'Atlantico,
verso l'Algeria.
La guerra di liberazione del Sahara Occidentale, che ha visto
per quindici anni fronteggiarsi il Fronte Polisario, il movimento
di liberazione dei Saharawi, e il Marocco, sembrava essere
avviata a una soluzione nel 1991. Il Consiglio di Sicurezza
dell'Onu mise a punto un piano di pace, firmato da entrambe
le parti, che prevedeva un referendum sull'autodeterminazione
della regione. Il nodo da sciogliere era l'identificazione
degli aventi diritto al voto. Uno scoglio che, con il passare
degli anni si è rivelato insormontabile.
Le autorità dei Saharawi hanno chiesto che a votare
siano ammessi i 74.000 abitanti censiti dall'amministrazione
coloniale spagnola nel 1974, quando il Sahara Occidentale
era ancora un possedimento di Madrid. Il Marocco ha invece
rivendicato il diritto di voto per quelle decine di migliaia
di marocchini, si calcola che siano intorno ai 250.000, che
sono stati trapiantati nell'area di re Hassan II per trasformare
la composizione etnica della regione e mettere davanti al
fatto compiuto Saharawi e comunità internazionale.
Anche il disimpegno militare marocchino dal Sahara Occidentale,
previsto dalle intese siglate nel 1991, è stato disatteso.
Un fallimento del piano di pace che faceva temere la ripresa
del conflitto armato. Ma gli Stati Uniti hanno deciso di prendere
in mano la questione. Il nuovo Segretario Generale dell'Onu,
Kofi Annan, scelto come successore di Boutros Ghali su volontà
americana, ha designato l'ex capo del Dipartimento di Stato
James Baker per risolvere la spinosa "questione Sahara".
Nel giro di poche settimane, Baker ha visitato Rabat e i campi
profughi Saharawi, incontrando il re del Marocco Hassan II
e Mohamed Abdelaziz, Presidente della Repubblica Araba Saharawi
Democratica (Rasd, autoproclamata nel 1976 e attualmente riconosciuta
da 71 Paesi del Terzo Mondo). Ostinata (vedi gli accordi di
Dayton sulla Bosnia) e spregiudicata (vedi il dialogo con
Arafat definito per decenni "terrorista" o il lavorio
per smantellare "l'impegno" francese in Africa),
la diplomazia americana sta cercando di sostituirsi agli europei
anche nell'area del Maghreb (Algeria, Marocco, Tunisia).
La mediazione Usa ha costretto il Marocco ha sedersi al tavolo
delle trattative dirette con la Rasd a Londra e a Lisbona,
alla presenza delle delegazioni della Mauritania e dell'Algeria,
in qualità di parti interessate. La Mauritania ha preso
parte, nel 1975, alla spartizione del Sahara Occidentale,
nel momento dell'abbandono della colonia da parte spagnola.
Tuttavia, la reazione militare del Fronte Polisario la costrinse
a firmare la pace nel 1979 e a ritirarirsi dai territori meridionali
del Sahara Occidentale, prontamenti occupati anch'essi dal
Marocco.
Ci si chiede cosa rende il Sahara Occidentale tanto interessante
da giustificare uno stato di guerra che ha dei costi considerevoli
(il Marocco ha fatto costruire in pieno deserto un muro lungo
oltre duemila chilometri, facendovi installare sofisticate
apparecchiature radar per impedire le infiltrazioni dei guirriglieri
del Polisario). Oltre alla retorica marocchina della difesa
dell'integrità territoriale, nel Sahara Occidentale
ci sono le miniere di fosfati di Bou Krà, che nel 1992
hanno fatto del Marocco il primo esportatore mondiale.
Le coste di questa regione sono particolarmente pescose. Tan
Tan, di fronte alle Canarie, è uno dei porti più
importanti per la pesca in Atlantico. Il Marocco è
riuscito in pochi anni a dotarsi di una modernissima flotta
di imbarcazioni d'alto mare. Per accedere alle acque del Sahara
Occidentale i pescherecci dell'Unione europea si disputano
le preziose licenze annuali vendute a peso d'oro da Rabat.
I Saharawi sostengono che nella loro patria ci potrebbe essere
persino del petrolio.
Rabat ha dei rapporti privilegiati con l'Europa: Francia soprattutto.
Non è un caso che di recente cinque Paesi francofoni
abbiano ritirato, su pressione di Parigi, il riconoscimento
del Rasd. Gli Stati Uniti lavorano per la propria supremazia
nell'area. Il regolamento del conflitto del Sahara Occidentale
offre loro la possibilità di conquistarsi un alleato
prezioso. Pare che ai Saharawi Baker abbia offerto una sorta
di autonomia, anche di gestione delle risorse, all'interno
della monarchia marocchina.
Per molti guerriglieri Saharawi (non c'è famiglia che
non abbia perso qualche parente nella guerra tra le dune)
potrebbe sembrare poco. Ma per il Marocco dover dividere le
ricchezze del "giardino segreto" potrebbe risultare
ancor più difficile. Rifiutare poi di adeguarsi al
volere degli Stati Uniti rischierebbe di compromettere l'ottenimento
dei prestiti del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, di
cui Rabat ha un gran bisogno.
Alla lunga, i dirigenti di un popolo perseguitato difficilmente
possono rifiutare un salvagente del genere se questo assicura
il ritorno in patria e, in prospettiva, fa balenare persino
l'illusione dell'indipendenza.
Cinquecento allievi passeranno le vacanze in
Italia
Quelle lavagne di latta
Tre ragazzi per banco. Libri insufficienti. Caldo asfissiante.
E' la scuola degli studenti del deserto. Da un lato ci sono
le mine "made in Italy", vendute all'Egitto e poi
girate al Marocco, disseminate da Rabat lungo il muro per
impedire che i guerriglieri Saharawi si avvicinino troppo
alla barriera che racchiude per più di duemila chilometri
il Sahara Occidentale. Dall'altro c'è l'incessante
lavoro di decine di organizzazioni (numerose quelle della
Toscana) coordinate dall'Associazione Nazionale di Solidarietà
con il Popolo Saharawi, che si fanno in quattro per accogliere
bambini, curare malati, inviare aiuti e medicinali nei campi
profughi dispersi nel deserto algerino.
Sono attesi in Italia per questa estate 500 bambini Saharawi
che passeranno le vacanze dall'Emilia Romagna alla Sicilia,
ospiti di comuni gemellati con le varie tendopoli dei campi
profughi. I piccoli verranno così sottratti al caldo
asfissiante che regna tra luglio e agosto nella regione dove
sorgono gli insediamenti dei rifugiati. Altri bambini verranno
accolti anche in Spagna e Francia.
I Saharawi si recano all'estero con un documento che Souad
Lagdaf, studentessa saharawi di Scienze Politiche all'Università
di Catania, definisce con grazia "passaporto di cortesia".
Stefania Bonvicini dell'Associazione di Solidarietà
di Modena ha cominciato a interessarsi a questo popolo quando
presso la scuola del figlio sono stati ospitati dei bambini
Saharawi. Oggi, tutto il suo tempo libero lo dedica a loro:
"Hanno una grande dignità. Li attendi con dei
doni, ma quando arrivano, invece di ricevere, per loro è
più importante consegnare i regali che portano da parte
dei loro genitori."
L'Associazione di Modena ha riportato in maggio a Tindouf,
nei campi Saharawi, i piccoli Omar Zein Bachir, 9 anni, e
Mohamed Fadel Ebeid, 14 anni, entrambi sofferenti per le conseguenze
della poliomelite, oltre a Mohamed Ali Sidi, 24 anni, invalido.
I due bambini hanno seguito in Italia un lungo periodo di
rieducazione. Ali Sidi, invece, che quattro anni fa era stato
aiutato dagli operai di una fabbrica di Sesto Fiorentino,
che si sono interessati per consentirgli di acquistare le
protesi ortopediche e successivamente farsi operare a Bologna,
ha eseguito gli abituali controlli periodici. Durante il soggiorno
in Italia, Omar ha frequentato per quattro mesi a Modena la
seconda elementare, acquistando dimestichezza con l'italiano.
Delle scuole Saharawi nei campi profughi Fabrizia Ramondino
scrive in Un'astronave dimenticata nel deserto: " Le
ore di lezione quotidiane sono adeguate al clima: due o tre
ore al primo mattino, due ore e mezzo nel tardo pomeriggio.
In media ci sono 45 bambini per classe. Le classi sono miste.
Nella scuola elementare c'è una sola maestra. Nella
scuola media inferiore ce ne sono due perchè, oltre
all'arabo classico, si insegna anche lo spagnolo. I libri
sono insufficienti. I ragazzi sono tre per banco. E' obbligatorio
per i bambini venire a scuola con le scarpe. Le aule sono
piccole, e talvolta le lavagne sono di latta verde".
"Vi spiego le complicità dell'Occidente"
Di Marco Trovato
Il quartier generale di Mohamed Abdelaziz è una fortezza
in stile coloniale persa nel deserto dell'Hammada du Dra,
in Algeria. Qui, il leader del Fronte Polisario, il movimento
che da anni si batte per ottenere l'indipendenza del Sahara
Occidentale dal Marocco, nonché Presidente della Repubblica
Araba Saharawi Democratica, incontra diplomatici, giornalisti
e amici venuti a manifestare il sostegno per la causa del
suo popolo. "La Repubblica", dice, "è
stata proclamata il 27 Febbraio 1976, giorno in cui i colonizzatori
spagnoli lasciarono definitivamente il Sahara Occidentale.
Oggi la nostra nazione ha una propria bandiera, un inno nazionale,
una moneta e un governo. Ma tutto ciò viene riconosciuto
ufficialmente solo dalla metà dei Paesi del mondo.
Il piano di pace sottoscritto dal Fronte Polisario e dal Marocco
nel 1991 avrebbe dovuto portare in breve tempo allo svolgimento
di un referendum sull'indipendenza. Ma il re Hassan II ha
cercato di manipolare le liste elettorali di coloro che avrebbero
dovuto votare. Di fatto, c'è stato un evidente boicottaggio
da parte marocchina per dilatare i tempi previsti dal piano
di pace e consolidare così l'occupazione militare,
approfittando del cessate il fuoco".
- Perché l'Occidente fa finta di niente?
"L'Europa e il primo partner commerciale del Marocco
e la Francia, in particolare, è uno degli sponsor più
forti di Rabatt".
- Eppure qualcosa sembra muoversi sul piano diplomatico.
"In effetti siamo molto fiduciosi. La nomia di James
Baker in veste di mediatore è un segnale inequivocabile.
C'è la ferma volontà di sbloccare la crisi.
Speriamo che questa sia la volta buona".
- Se il piano di pace dovesse definitivamente fallire, come
vi comportereste?
"Noi vogliamo la pace e la nostra indipendenza. Ma siamo
anche stanchi di sopportare una situazione iniqua. I campi
profughi della nostra gente si trovano in uno dei posti più
inospitali della Terra. Il complice silenzio dell'Occidente
ci fa sentire ancora più soli. Come Fronte Polisario
ci siamo sempre rifiutati di esportare la lotta per la liberazione
fuori dai confini nazionali: non abbiamo mai ceduto alla tentazione
del terrorismo internazionale come arma di rivendivazione
e di propaganda. Ma questa scelta, a cui saremo sempre fedeli,
ha fatto il gioco di chi vuol far dimenticare il dramma del
popolo Saharawi. Se la nostra buona volontà sarà
ignorata e se verranno ancora una volta snobbate le nostre
proposte per la pace, dovremo riprendere nostro malgrado la
via delle armi. Sta anche agli occidentali impedire che ciò
accada".
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