Vent'anni fa il Marocco ha invaso il Sahara Occidentale,
il loro paese. Da allora vivono nel deserto, aspettando di
tornare. Abitano in delle tende, ma le hanno trasformate in
un'oasi di civiltà. Aspettano e combattono nel nome
della libertà.
Di Chiara Alpago-Novello
Si portrebbe cominciare dai proverbi: "Prima di ogni
oasi c'è un deserto da affrontare", o anche "La
pazienza è il miglior abito che si può vestire".
Se è vero che i proverbi custodiscono la saggezza popolare,
quella saggezza i Saharawi la sperimentano da oltre vent'anni
sulla loro pelle. Dal 1975, quando il Marocco ha invaso il
Sahara Occidentale, il loro paese, il popolo del deserto (sahara,
in arabo) ha trovato rifugio in una distesa di sabbia e sassi
nel sud dell'Algeria. Malgrado le risoluzioni di condanna
dell'occupazione da parte dell'Onu e del Parlamento Europeo
e l'impegno del Marocco a organizzare un referendum per l'indipendenza
del Sahara Occidentale, quelle tende che dovevano costituire
un rifugio d'emergenza per poche settimane si sono ormai trasformate
in un piccolo stato in esilio, la Repubblica Araba Saharawi
Democratica. E il Fronte Polisario, l'Esercito di Liberazione
Saharawi, continua a combattere una guerra senza tregua (ma
anche senza colpi bassi perché non è mai ricorso
al terrorismo). Da qualche mese i rappresentanti del governo
marocchino e del Polisario hanno ricominciato a incontrarsi,
nel tentativo di dare finalmente una risposta concreta ai
160mila profughi (senza contare gli sparsi per il mondo) che
vivono nei campi dell'Hammada, il deserto algerino di Tindouf.
Per fine settembre è anche prevista una relazione al
Consiglio di Sicurezza dell'Onu di James Baker, responsabile
del piano di pace per il Sahara Occidentale.
Nel frattempo non tutto il mondo è stato a guardare.
Iniziative e associazioni di solidarietà sono nate
in molti paesi, Italia compresa. Lo scorso settembre il regista
Mario Martone ha girato a Tindouf un documentario sui bambini
Saharawi. Un anno dopo raccoglie il testimone Antonietta De
Lillo, regista e amica di Martone, in partenza per Tindouf
in questi giorni. "Vorrei in qualche modo continuare
il viaggio per immagini iniziato da Mario", spiega. "Io
girerò un video a partire dalle musiche tradizionali,
per aggiungere un nuovo sguardo sul popolo. Mi aspetto molto
da questo viaggio: è bello tornare alla solidarietà,
parola dimenticata, dove tu dai qualcosa e ricevi almeno altrettanto.
Non partiamo con l'idea di arrivare come salvatori: quello
con i Saharawi è uno scambio alla pari". Con Antonietta
De Lillo ci saranno anche dei tecnici de Il Manifesto per
registrare un cd che, con il video, verrà raccolto
in un cofanetto che sarà in vendita verso dicembre.
E una risposta di solidarietà in musica è anche
quella che ha portato il gruppo dei Modena City Rambkers,
che a dicembre dell'anno scorso hanno tenuto una serie di
concerti tra le tende dell'Hammada. Da quell'esperienza è
nato un libro, Pulvarone Tour (a cura dell'Arci di Modena,
dove verrà presentato il 3 Settembre alla Festa dell'Unità)
e una canzone del nuovo album, Radio Tindouf. Per Glamour
Giovanni Rubbiani, il chitarrista, ha scritto un breve diario
di viaggio (.....) chiedendo che il suo compenso venisse devoluto
in favore dei Saharawi.
MODENA CITY RAMBLERS: IN CONCERTO TRA LE TENDE
"Abbiamo conosciuto i Saharawi quattro anni fa. I Ramblers
erano a quei tempi un gruppo scalcagnato, che girava per le
feste di Modena e dintorni suonando pezzi irlandesi. Alcuni
bambini Saharawi, ospiti di un'associazione modenese, vennero
a trovarci a un concerto. Così imparammo la loro storia,
che è quella di un popolo in fuga da in'invasione (marocchina)
che lo aveva costretto a rifugiarsi nel deserto, in territorio
algerino per sfuggire ai bombardamenti. Decidemmo di fare
qualcosa per loro, li ospitammo a dei concerti e registrammo
le loro voci per metterle nel nostro primo disco, Riportando
Tutto a Casa. Già allora avevamo un folle sogno: ricambiare
la visita andando noi a suonare nel deserto. Il sogno è
rimasto lì, in un angolino, fino all'anno scorso, quando
è finalmente arrivato il momento di realizzarlo.
Partiamo il 5 Dicembre, con un volo charter. La stiva è
piena di generi alimentari, medicinali, attrezzature ospedaliere,
ma troviamo il posto per infilare anche i nostri strumenti.
L'aereo atterra a Tindouf, città militare nel sud dell'Algeria,
ed è come piombare nel nulla. Deserto, polvere, vento,
un orizzonte sconfinato e limpidissimo. Benvenuti alla fine
del mondo. I camion e le corriere ci portano all'accoglienza,
a Rabuni, nel territorio della RASD (Repubblica Araba Saharawi
Democratica). Abbiamo in programma quattro concerti: totale,
un bel pò di spostamenti, viaggi eroicomici su piste
di sabbia, con gli strumenti e gli zaini ammucchiati nel cassone
del camion e sopra i passeggeri - ramblers, ramblerettes e
accompagnatori -, tutti avvolti nei turbanti per difendersi
dal vento e dalla polvere del deserto. Ad ogni arrivo, la
stessa scena: il camion si infila tra le tende e, come per
incanto, compaiono i bambini. Sporchi, malvestiti, sorridenti,
ci assalgono, ci prendono per mano e ci scortano fino alla
nostra destinazione. Intorno c'è il posto più
inospitale del mondo, manca la vegetazione, l'acqua scarseggia,
il cibo è razionato. Ma dentro alle tende l'atmosfera
è magica: scalzi, seduti in cerchio, assistiamo alla
cerimonia del tè (sempre tre piccoli bicchieri: il
primo amaro come la vita, il secondo dolce come l'amore, il
terzo soave come la morte), parliamo comunichiamo in uno spagnolo
stentato, a volte semplicemente con la musica, che è
il nostro modo per contraccambiare le portate che si ammucchiano
sul tappeto: couscous, cammello, capra, tè, biscotti.
Siamo venuti per portare aiuti, e soprattutto musica. Suoniamo,
infatti, anche se la sera prima a Smara è un mezzo
disastro: finisce la benzina del gruppo elettrogeno, facciamo
appena in tempo a intonare una Bella Ciao acustica prima che
cali la notte. Ma fuori il cielo mozzafiato, con un'infinità
di stelle che ci avvolgono come una cupola, cancella subito
l'amarezza. Va meglio le sere successive: alla scuola femminile
"27 Fevrero" e a El Ayoun riusciamo a concludere
i concerti. Sul palco sette italiani scatenati che saltano,
urlano, suonano su un'amplificazione straziante (il mixer
ha 4 canali, di cui uno rotto); sotto una platea coloratissima,
bimbi che guardano con gli occhi sbarrati e cominciano a "pogare",
donne che accompagnao le canzoni con le urla berbere (gli
uomini sono quasi tutti al fronte). Ma l'incontro funziona,
al di là delle differenze culturali, linguistiche,
geografiche: per una sera si balla insieme, e tanto basta.
Molto abbiamo preso, dai Saharawi; qualcosa abbiamo lasciato.
Dopo l'ultimo concerto, a Rabuni, abbiamo regalato gli strumenti:
batteria, chitarra, amplificatori, microfoni, cavi, che serviranno
(si spera) alle nuove generazioni di musicisti, per raccontare
le loro storie e farsi sentire: la voce di un popolo arriva
forte e chiara anche attraverso la musica. Nelle tendopoli,
qualche bambino si riparerà dal vento con strane magliette
e cappellini con su disegnata una bomba (il simbolo del nostro
gruppo). Noi, invece, torniamo a casa con una scommessa vinta,
e con una valigia piena di ricordi. Uno, tra questi: il bambino
che, tenendoci per mano, ci chiede "Siete voi i pagliacci?".
Si, siamo noi: questa volta la festa è arrivata".
Fatima: "Noi non ci arrendiamo"
Ai tempi dell'invasione marocchina aveva sei anni. La sua
famiglia ha scelto di fuggire - "meglio l'esilio che
la mancanza di libertà" - e lei si è ritrovata
a condividere la condizione di profugo con migliaia di persone
che avevano abbandonato tutto. "Il Sahara Occidentale
è un grande paese ( poco più piccolo dell'Italia,
ndr ), racconta Fatima. "Nei campi sono arrivati pescatori
(in mezzo al deserto!!), contadini, nomadi, commercianti.
Vecchi e bambini, intellettuali e analfabeti, senza più
nulla se non la determinazione a difendere la propria indipendenza".
Oggi, a 28 anni, Fatima è uno dei tre rappresentanti
del Fronte Polisario in Italia; sarà lei a guidare
la spedizione con Antonietta De Lillo a Tindouf.
Ormai siete in esilio da oltre vent'anni: com'è la
vita quotidiana nei campi?
"Per quanto possa sembrare strano, normale. Certo, all'inizio
è stata dura. Chi scendeva ogni mattina dal fornaio
per comprare il pane ha dovuto imparare a farselo da solo....
A Tindouf ci sono quattro villaggi, suddivisi a loro volta
in sei quartieri. Tutti lavorano anche se, dipendendo dagli
aiuti umanitari, senza stipendio. Cinque comitati si occupano
delle necessità e delle attività fondamentali
nei villaggi: artigianato, educazione, giustizia, sanità
e alimentazione; ognuno contribuisce, in base alle sue capacità".
Tra i Saharwi le donne svolgono un ruolo fondamentale.
"La società beduina è sempre stata patriarcale,
ma nel nostro caso, essendo gli uomini al fronte, le responsabilità
si sono concentrate sulle spalle delle donne. Hanno dovuto
occuparsi di tutto, dalla sanità all'educazione (una
delle prime scuole a Tindouf è stata "27 Fevrero",
un istituto professionale femminile, ndr). Anche di costruire
i muri".
Non è un caso che uno dei proverbi Saharawi dica: "Solo
le donne riescono a far fiorire l'Hammada". |