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SAHARAWI, LA LOTTA DIMENTICATA
Daddi Elwali Mohamed Salem, rappresentante del Rasd in Toscana e inviato dal Fronte Polisario, spiega le ragioni per cui si batte il suo popolo- " All'Africa chiediamo che riconosca la nostra causa mentre all'Europa domandiamo che utilizzi la sua influenza per promuovere il ritorno alla pace"

Uno Stato che dal 1976 lotta per l'indipendenza del Sahara Occidentale, dalle cui coste, 1500 km di oceano pescosissimo, è ora separato da 2500 km di muri di sabbia innalzati dal Marocco, dotati di postazioni radar e batterie di artiglieria, protetti da campi minati (di preferenza, mine italiane Valsella): questa è, detta in termini fin troppo sbrigativi, la carta d'identità della Repubblica araba Saharawi democratica. "La nostra è, a livello internazionale, una lotta dimenticata o comunque che suscita poca attenzione. Del resto e fin dall'inizio noi abbiamo sempre voluto mantenere lo scontro armato dentro i confini del Sahara Occidentale, dentro i nostri confini naturali. Non abbiamo mai usato metodi terroristici né in Marocco né altrove. Non va dimenticato poi che il Marocco ha relazioni internazionali molto forti con l'Europa,recentemente consolidate". Daddi Elwali Mohamed Salem, rappresentante della Rasd per la Toscana, è uno dei molti inviati del Fronte Polisario che vanno in giro per l'Europa per ricordare che la causa del popolo Saharawi aspetta ancora giustizia. Lo incontro a Sesto Fiorentino, uno dei 60 Comuni toscani gemellati con altrettanti comuni Saharawi, nella sede dell'Associazione "Ban Slout Larbi". All'inizio della nostra battaglia per l'indipendenza mandavamo i nostri rappresentanti solo in Africa. Il nostro primo desiderio è stato conquistare la fiducia dell'Oua, l'organizzazione degli Stati africani, della quale oggi siamo membri e della quale siamo stati per due volte alla vicepresidenza. Da qualche anno siamo presenti anche in Europa . Dall'Africa chiediamo solidarietà e il riconoscimento pieno delle nostre ragioni; dall'Europa chiediamo che metta in campo la sua influenza politica per portare in avanti il piano di pace delle Nazioni Unite, approvato nel 1991, che prevede un referendum per l'autodeterminazione del Sahara Occidentale. Dall'Europa chiediamo naturalmente anche aiuti umanitari. Noi siamo riusciti a costruire scuole e ospedali. Abbiamo sconfitto l'analfabetismo e abbiamo assicurato a tutti una diffusa medicina di base, ma abbiamo bisogno di attrezzature. Siamo una nazione che ogni giorno si sta costruendo ma non va dimenticato che lo sta facendo nel deserto. Per quanto riguarda l'Italia, attualmente non abbiamo richiesto il riconoscimento della Rasd. Dal governo italiano chiediamo però che ci riconosca a tutti gli effetti come organizzazione di un movimento di liberazione, come ad esempio è accaduto per l'OLP".
E poi ci sono i gemellaggi.
Gemellarsi vuol dire conoscersi. E far aumentare la speranza nei villaggi e nelle tendopoli Saharawi. In Spagna ci sono nostri rappresentanti quasi in ogni città, in Italia sono più di 100 i comuni gemellati. Il mio popolo sa benissimo che non può vincere con le armi, e non solo perché il Marocco ne possiede di più potenti e sofisticate. Gemellarsi vuol dire anche scegliere come e con chi costruire il futuro. Quello di cui i Saharawi hanno bisogno è che la loro voce arrivi a più persone possibile, che il loro desiderio d'indipendenza e di convivenza pacifica dentro un territorio finalmente riunito sia condiviso, appoggiato, compreso. D'altronde le nostre ragioni appartengono ad una storia recente, che ha poco più di venti anni. Il Sahara Occidentale è stata colonia spagnola dal 1885 al 1976. Partiti gli spagnoli, il processo di decolonizzazione si è subito arrestato a causa dell'invasione del Marocco che ha separato il popolo Saharawi. Una parte, quella che vive nei territori occupati, subisce trattamenti repressivi che sono stati ripetutamente denunciati da Amnesty International. Lì sono vietate ogni forma di riunione, anche in occasione di feste familiari. L'altra parte è costretta a vivere nel deserto, spesso in tendopoli o in campi profughi. Nel mezzo, un muro di sabbia o pietre difficilmente valicabile.
Migliaia di km di muro fanno quasi un orizzonte. Sì, ma solo visivo. (Stefano Neri)


Da l'Unità del 10 Maggio 1997
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