Aaiun, Smara, Dacla sono città che si possono rintracciare
facilmente su una carta geografica dellAfrica del Nord.
A volte sono in uno Stato che si chiama Sahara Occidentale
a volte porta ancora il nome di Sahara Spagnolo. Sulla carta
non si trova la RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica)
e le sue città si chiamano Aaiun, Smara, Dacla esattamente
come quelle a 500 chilometri di distanza, in pieno deserto.
Una guerra che dura da 20 anni e un muro con tanto filo spinato,
mine antiuomo e mine anticarro, per più di 2800 chilometri
dividono le prime dalle seconde. I Saharawi sono un popolo
in esilio, o meglio la metà di un popolo perché
laltra metà vive sotto il dominio del Marocco,
oltre il muro, sul mare. Un popolo nomade costretto a vivere
in esilio, sembra davvero un gioco di parole, invece no. Da
venti anni questo popolo combatte per avere riconosciuto il
diritto allautodeterminazione, poiché dopo il
superamento della colonia spagnola nel 1975, a marocchini
e mauritani prima e a marocchini da soli dopo, hanno fatto
gola coste pescosissime e miniere di fosfati ricchissime.
E loro, questi "Beduini", hanno smesso di essere
nomadi ed hanno organizzato una Repubblica con tanto di costituzione,
parlamento, governo, ministri e sindaci. In pieno deserto.
Vivendo per il 90% di aiuti. In condizioni difficili, in tendopoli
abitate da donne e bambini, con uomini impegnati militarmente
a vigilare su una tregua, trattata in sede ONU, che dura dal
1991, in attesa di un referendum per lautodeterminazione,
rinviato di anno in anno per volontà del Marocco. Insomma,
un popolo, come tanti nella storia dellumanità,
al quale è negato il diritto di stare nella propria
terra, o meglio, di starci libero, non sotto il dominio di
qualcuno. Un popolo che nelle tendopoli ha organizzato la
propria scuola e dove i bambini non sono lasciati a se stessi,
ma curati, educati alla democrazia e anche alla laicità
di un islamismo che non diviene mai integralista.
SPERANZE DI PACE
Noi siamo stati là, con una delegazione della Provincia
di Roma. E difficile raccontare il calore e la sensibilità
delle persone che fanno dimenticare in alcuni momenti le condizioni
di povertà estrema. Solo il buio della sera e laccendersi
di milioni di stella fa scomparire lo scenario arido del deserto
abitato da donne e bambini Saharawi, altrimenti impossibile
da vivere.
Negli stessi giorni era in missione, per conto dellONU,
James Baker, ex segretario di Stato Usa, nelle vesti di mediatore,
con lobiettivo di creare le condizioni per realizzare
il referendum di autodeterminazione che dovrebbe porre fine
alla tregua e restituire lintera regione alla legalità.
"La visita di Baker è stato un successo - ci ha
detto Mohamed Fadel Hamad, rappresentante del Fronte Polisario
in Italia -. Lospitalità è stata calorosa,
le conversazioni cordiali e, come segno di buona volontà,
abbiamo liberato 85 prigionieri marocchini".
I prigionieri di guerra marocchini sono circa 3.000 e da venti
anni sono nelle mani dei Saharawi. Abbiamo avuto modo di parlare
con questi uomini rassegnati ormai ad una non vita ; la loro
principale paura è quella che il Marocco non li faccia
rientrare per non riconoscere lesistenza di uno stato
bellico. Ciò è avvenuto sette anni fa quando,
dopo una mediazione italiana, 200 marocchini sono stati lasciati
in libertà nel deserto, senza la possibilità
di rientrare in patria. Questa della non guerra, infatti,
è unarma diplomatica importante, perché
relega la contrapposizione dei Saharawi a contrapposizione
politica, non a legittima aspirazione di un popolo alla patria.
Eppure, noi abbiamo visto e documentato carri armati, mortai,
armi, munizioni, mine antiuomo, mine anticarro, casse di documenti
e persino un aereo con le insegne reali, sequestrati ai marocchini
e gelosamente conservati dai Saharawi.
Backer, ha fatto subito un rapporto al segretario generale
ONU, "e adesso - prosegue Hamad - comincerà la
fase più importante". Per quanto ci riguarda non
basta davvero inviare solo aiuti umanitari e sostegno morale.
Forse occorre andare oltre, impegnare di più la politica
e far sentire un tono più alto la voce allinformazione,
poiché mondi tanto lontani, quando esplodono, ci fanno
rabbrividire.
VENGA A PRENDERE IL TE DA NOI
Un rito quotidiano che si ripete in ogni incontro nelle
tendopoli saharawi.Amaro come la vita, dolce come lamore,
soave come la morte. Sono i tre tè che accompagnano
il rito quotidiano nelle tendopoli del Sahara Occidentale
dove si ritrova la filosofia di questo popolo di origine nomade.
Larte del tè presso i Saharawi e risale a circa
200 anni fa. In ogni tenda il rito del tè misura innanzitutto
il grado di ospitalità. Ma per questo popolo la cerimonia
del tè è soprattutto simbolo di amore. Allinterno
delle accoglienti tende, la donna o luomo saharawi pongono
nella teiera, sempre ben riscaldata, lacqua bollente,
vi aggiungono una dose di tè verde e un misurino di
zucchero. Quando linfuso, mantenuto caldo sul fornellino
a gas, ha raggiunto la temperatura di 100 gradi, ne viene
versata solo una parte in un piccolo bicchiere, mentre il
rimanente viene lasciato in infusione. Il rito inizia qui
: il contenuto del primo bicchiere viene versato dallalto
da un bicchiere allaltro, a più riprese, in modo
da creare in ognuno un piccolo strato di schiuma bianca. Soltanto
a questo punto, linfuso della teiera, viene versato
nei piccoli bicchieri di vetro e servito sopra un raffinato
vassoio circolare. Il rito si ripete per tre volte e può
durare anche molte ore. |