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NOMADI IN ESILIO
di Guido Milana dal mensile Nuovo Consumo di giugno ’97
Un popolo che lotta per avere la sua patria legittima. Donne, uomini e bambini che vivono solo degli aiuti internazionali. Una "non guerra" e migliaia di "non prigionieri" in attesa di una soluzione. Reportage dal deserto dove vive il popolo Saharawi.Inizia da qui un cammino che ci porterà nelle regioni del mondo più inquiete dove anche la Coop, con i suoi aiuti, cerca di contribuire ad alleviare sofferenze e a ridare speranze.

Aaiun, Smara, Dacla sono città che si possono rintracciare facilmente su una carta geografica dell’Africa del Nord. A volte sono in uno Stato che si chiama Sahara Occidentale a volte porta ancora il nome di Sahara Spagnolo. Sulla carta non si trova la RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica) e le sue città si chiamano Aaiun, Smara, Dacla esattamente come quelle a 500 chilometri di distanza, in pieno deserto. Una guerra che dura da 20 anni e un muro con tanto filo spinato, mine antiuomo e mine anticarro, per più di 2800 chilometri dividono le prime dalle seconde. I Saharawi sono un popolo in esilio, o meglio la metà di un popolo perché l’altra metà vive sotto il dominio del Marocco, oltre il muro, sul mare. Un popolo nomade costretto a vivere in esilio, sembra davvero un gioco di parole, invece no. Da venti anni questo popolo combatte per avere riconosciuto il diritto all’autodeterminazione, poiché dopo il superamento della colonia spagnola nel 1975, a marocchini e mauritani prima e a marocchini da soli dopo, hanno fatto gola coste pescosissime e miniere di fosfati ricchissime.
E loro, questi "Beduini", hanno smesso di essere nomadi ed hanno organizzato una Repubblica con tanto di costituzione, parlamento, governo, ministri e sindaci. In pieno deserto. Vivendo per il 90% di aiuti. In condizioni difficili, in tendopoli abitate da donne e bambini, con uomini impegnati militarmente a vigilare su una tregua, trattata in sede ONU, che dura dal 1991, in attesa di un referendum per l’autodeterminazione, rinviato di anno in anno per volontà del Marocco. Insomma, un popolo, come tanti nella storia dell’umanità, al quale è negato il diritto di stare nella propria terra, o meglio, di starci libero, non sotto il dominio di qualcuno. Un popolo che nelle tendopoli ha organizzato la propria scuola e dove i bambini non sono lasciati a se stessi, ma curati, educati alla democrazia e anche alla laicità di un islamismo che non diviene mai integralista.
SPERANZE DI PACE
Noi siamo stati là, con una delegazione della Provincia di Roma. E’ difficile raccontare il calore e la sensibilità delle persone che fanno dimenticare in alcuni momenti le condizioni di povertà estrema. Solo il buio della sera e l’accendersi di milioni di stella fa scomparire lo scenario arido del deserto abitato da donne e bambini Saharawi, altrimenti impossibile da vivere.

Negli stessi giorni era in missione, per conto dell’ONU, James Baker, ex segretario di Stato Usa, nelle vesti di mediatore, con l’obiettivo di creare le condizioni per realizzare il referendum di autodeterminazione che dovrebbe porre fine alla tregua e restituire l’intera regione alla legalità.
"La visita di Baker è stato un successo - ci ha detto Mohamed Fadel Hamad, rappresentante del Fronte Polisario in Italia -. L’ospitalità è stata calorosa, le conversazioni cordiali e, come segno di buona volontà, abbiamo liberato 85 prigionieri marocchini".
I prigionieri di guerra marocchini sono circa 3.000 e da venti anni sono nelle mani dei Saharawi. Abbiamo avuto modo di parlare con questi uomini rassegnati ormai ad una non vita ; la loro principale paura è quella che il Marocco non li faccia rientrare per non riconoscere l’esistenza di uno stato bellico. Ciò è avvenuto sette anni fa quando, dopo una mediazione italiana, 200 marocchini sono stati lasciati in libertà nel deserto, senza la possibilità di rientrare in patria. Questa della non guerra, infatti, è un’arma diplomatica importante, perché relega la contrapposizione dei Saharawi a contrapposizione politica, non a legittima aspirazione di un popolo alla patria. Eppure, noi abbiamo visto e documentato carri armati, mortai, armi, munizioni, mine antiuomo, mine anticarro, casse di documenti e persino un aereo con le insegne reali, sequestrati ai marocchini e gelosamente conservati dai Saharawi.
Backer, ha fatto subito un rapporto al segretario generale ONU, "e adesso - prosegue Hamad - comincerà la fase più importante". Per quanto ci riguarda non basta davvero inviare solo aiuti umanitari e sostegno morale. Forse occorre andare oltre, impegnare di più la politica e far sentire un tono più alto la voce all’informazione, poiché mondi tanto lontani, quando esplodono, ci fanno rabbrividire.
VENGA A PRENDERE IL TE’ DA NOI
Un rito quotidiano che si ripete in ogni incontro nelle tendopoli saharawi.Amaro come la vita, dolce come l’amore, soave come la morte. Sono i tre tè che accompagnano il rito quotidiano nelle tendopoli del Sahara Occidentale dove si ritrova la filosofia di questo popolo di origine nomade. L’arte del tè presso i Saharawi e risale a circa 200 anni fa. In ogni tenda il rito del tè misura innanzitutto il grado di ospitalità. Ma per questo popolo la cerimonia del tè è soprattutto simbolo di amore. All’interno delle accoglienti tende, la donna o l’uomo saharawi pongono nella teiera, sempre ben riscaldata, l’acqua bollente, vi aggiungono una dose di tè verde e un misurino di zucchero. Quando l’infuso, mantenuto caldo sul fornellino a gas, ha raggiunto la temperatura di 100 gradi, ne viene versata solo una parte in un piccolo bicchiere, mentre il rimanente viene lasciato in infusione. Il rito inizia qui : il contenuto del primo bicchiere viene versato dall’alto da un bicchiere all’altro, a più riprese, in modo da creare in ognuno un piccolo strato di schiuma bianca. Soltanto a questo punto, l’infuso della teiera, viene versato nei piccoli bicchieri di vetro e servito sopra un raffinato vassoio circolare. Il rito si ripete per tre volte e può durare anche molte ore.


Da Nuovo Consumo del giugno 1997
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