James Baker, ex Segretario di Stato americano, ora inviato
speciale dell'Onu, è riuscito in un'impresa che sembrava
impossibile: ha messo intorno a un tavolo il governo marocchino
e il Fronte Polisario, il movimento di liberazione del popolo
Saharawi, per discutere del futuro del Sahara Occidentale,
l'ex colonia spagnola occupata militarmente da Rabat da oltre
vent'anni.
Quella dei Saharawi è una causa dimenticata dall'opinione
pubblica internazionale e da buona parte delle diplomazie
occidentali (la Repubblica Araba Saharawi Democratica, autoproclamata
nel '76, è riconosciuta solo da paesi africani, asiatici
e latinoamericani). Ora però la decisa azione mediatrice
di Baker, emissario del segretario generale dell'Onu Kofi
Annan, sembra dare buoni frutti, e le due parti hanno cominciato
a parlarsi.
Il nodo principale da sciogliere riguarda il referendum sull'autodeterminazione
del Sahara Occindentale, previsto dal piano di pace adottato
dal Consiglio di Sicurezza e sottoscritto da entrambe le parti
nel '91. Da allora, l'ostruzionismo delle autorità
marocchine ha impedito che quel referendum si svolgesse, dilatando
i tempi, proseguendo nella politica di progressiva annessione
amministrativa ed economica del paese, continuando a mandare
in esilio migliaia di civili.
La guerra del Sahara Occindentale inizia negli anni Cinquanta,
con azioni di guerriglia contro la potenza coloniale spagnola.
Nel '75, con la morte di Francisco Franco, Madrid decise di
disfarsi di quel possedimento, mettendolo nelle mani del Marocco
e della Maurtiania. Nel frattempo, con la cosiddetta Marcia
Verde, migliaia di marocchini presero possesso della parte
Nord del paese, contro il parere delle Nazioni Unite. Poi
seguì l'occupazione militare e la repressione. Di fatto
il vecchio Rio de Oro - così lo chiamavano gli spagnoli
- passò da una dominazione all'altra, ed è l'ultimo
paese africano ancora in lotta per l'indipendenza.
Oggi il Fronte Polisario ha la sua base a Tindouf, in Algeria,
dove sono accampati 160 mila profughi, in un ambiente estremamente
inospitale. Baker lo scorso Aprile è andato a trovarli,
suscitando simpatie e speranze. "Eravamo pronti a riprendere
la lotta armata" dicono a Tindouf, "ora attendiamo
con ottimismo".
L'impegno di Baker va inquadrato in un rinnovato interesse
statunitense per l'Africa. Gli avvenimenti zairesi (la cacciata
di Mobutu e l'arrivo al portere di Laurent Kabila) hanno dato
un'ulteriore prova del declino dell'influenza francese in
Africa Occidentale, e hanno dimostrato che la politica postcoloniale
di appoggio di regimi non democratici in cambio di materie
prime ha fatto il suo tempo. La nuova strategia di Washington
consiste quindi in un appoggio deciso a paesi emergenti come
la Costa d'Avorio e l'Uganda (che hanno indici di crescita
economica da tigri asiatiche), sperando in un effetto trascinante
per le nazioni più arretrate, specialemente nell'Africa
australe.
L'idea è di aprire nuovi mercati e instaurare nuovi
scambi commerciali, secondo la strategia che gli americani
chiamano "African Initiative": più commercio
e meno aiuti, più controlli sui crediti, troppo spesso
finiti nelle tasche dei dittatori, e meno barriere doganali. |