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Africa, Sconfitta o Vincente

Aumenta la dipendenza dalle economie occidentali
Ma si vedono i segni della rinascita
Ne parliamo con gli storici Jean Pierre Chretien e Carlo Carbone
Roma - E’ trascorso poco più di un anno dalla trionfale vittoria di Laurent Desireè Kabila, un tempo compagno d’armi del Che, e quindi liquidatore della dittatura di Mobutu in Zaire, oggi Congo e da sempre nel cuore dell’Africa. Ne sono passati quattro dallo spaventoso genocidio in Ruanda. Sulle ceneri di questi due regimi e con l’entrata in scena prepotente della nuova potenza africana, l’Uganda di Museveni, si sta affermando un nuovo ordine continentale che ruota attorno alla forte presenza del Sudafrica di Nelson Mandela. Clinton, nel suo recente viaggio in Africa, ha appunto benedetto il nuovo assetto.
La Francia batte in ritirate e s’interroga inquieta sulle sue responsabilità nel genocidio in Ruanda. L’Africa che rappresenta appena il 2% della produzione mondiale, continua ad andare alla deriva ? A 35 anni dalla fondazione (25 maggio 1963, Addis Abeba) dell’Organizzazione per l’Unità Africana il continente si è effettivamente emancipato dal colonialismo o assiste impotente al "passaggio delle consegne" tra Parigi e Washington. Abbiamo tentato di abbozzare alcune risposte raggiungendo a Bujumbura, capitale del Burundi, due storici, Jean Pierre Chretien dell’Università di Parigi e Carlo Carbone dell’Università della Calabria, impegnati in un convegno sulla pace e la democrazia nella regione dei Grandi Laghi. Dunque l’Onu compie 35 anni... "Nel bene e nel male - esordisce Carbone - non mi è mai stata posta la questione della revisione delle frontiere, e ciò vuol dire che nei fatti è stata accettata l’organizzazione statuale ereditata dal colonialismo e i nuovi stati, sulle loro spalle, hanno assunto questa terribile eredità, forti tensioni interne e internazionali. Il fatto che gli stati africani abbiano individuato un forum per discutere i loro problemi è sicuramente un fatto positivo".
"Vi sono fatti positivi, come ad esempio la fine del processo di decolonizzazione soprattutto nell’Africa Australe - aggiunge Jean Pierre Chretien - è finito l’apartheid. Il ruolo dell’OUA difronte ai conflitti che si sono sviluppati si è rivelato tuttavia piuttosto modesto, e ciò ha generato molta frustrazione. E non saprei dire se è grazie all’OUA che la decolonizzazione ha fatto passi avanti". Di certo lo sviluppo economico non decolla, la dipendenza dalle economie più forti dell’Occidente si è accentuata. Buone ragioni per schierarsi con la folta pattuglia degli "afropessimisti"?
"No - osserva Carbone - non è tutto negativo quel che succede, vi sono alcune zone dell’Africa orientale che si stanno sviluppando. L’Uganda registra una crescita del 10% ma è difficile dire quanto ciò significhi uno sviluppo effettivo del paese e non solo una crescita quantitativa di tipo commerciale o puramente industrialistico. In Africa tuttavia c’è più ottimismo". Un effetto anche del viaggio di Clinton ? "In Francia - risponde Chretien - c’è una sorta di ossessione. Si teme la concorrenza degli Stati Uniti in un continente nel quale tradizionalmente gli europei e specificatamente la Francia erano molto influenti. La visita di Clinton ha rappresentato la messa in scena, in termini piuttosto spettacolari, di questo nuovo degli americani per l’Africa, ma se si guarda le cifre degli investimenti degli Stati Uniti nei confronti del continente africano si vede che gli impegni di Washington restano al di sotto di quelli europei. E poi Clinton è stato in sia Senegal che in Sudafrica ; in Uganda è stato accolto in modo entusiastico. In Sudafrica si è visto che un personaggio come Mandela ha rivendicato la propria indipendenza rispetto alla politica americana. In Francia tuttavia c’è un fantasma che si aggira, ma a mio avviso non è realistico rappresentare un combattimento tra i paesi francofoni e quelli anglofoni. La progressione dell’inglese avviene dappertutto, in tutto il mondo, ma non c’è ad esempio un’espulsione del francese dal Congo o dal Senegal e molti africani stanno diventando bilingui. C’è però crisi della politica francese". "Gli investimenti che vengono proposti oggi - interviene Carlo Carbone - non si differenziano molto da quelli che avvenivano nei decenni passati. Nello Zaire ad esempio sono stati fatti investimenti molto consistenti, ma allora come oggi sono stati orientati verso un’economia di esportazione che finisce inevitabilmente per favorire il paese esportatore di capitali".
Tutto ciò avviene certamente anche a causa dei molti errori commessi dalla Francia che fino all’ultimo ha sostenuto Mobutu ed il regime di Habyrimana in Ruanda : "L’errore di approccio, per non dire altro, della Francia di fronte al genocidio in Ruanda e al regime di Mobutu - aggiunge Chretien - ha appannato l’immagine della Francia, per non parlare poi del problema dei visti legato all’immigrazione. C’è una crisi dei tradizionali rapporti, del tradizionale paternalismo tra la Francia e i suoi antichi territori e i dirigenti francesi ne sono consapevoli. Gli Stati Uniti ne hanno approfittato". Carbone non è del tutto di questo avviso : "Qui nella regione dei Grandi Laghi - dice - il viaggio di Clinton viene considerato un fatto positivo, una novità, il nuovo ruolo degli Stati Uniti non viene percepito come la pura e semplice sostituzione tra una media e una grande potenza, ma visto come qualcosa di nuovo del quale tuttavia mi permetto di dubitare. Gli Stati Uniti soprattutto nella regione chiave, il Congo, stanno facendo un’operazione spregiudicata di potere economico, si sono messi d’accordo con quello che solo 10 - 15 anni fa era considerato l’immagine del Male in Africa, Kabila". Ma l’Africa è organizzata per comunità, villaggi, piccole aggregazioni. Quale sarà l’impatto, l’accoglienza e forse il conflitto con il capitale americano che annuncia massicci investimenti, basta pensare alla Coca Cola che sta per investire in Africa 600 milioni di dollari ? "La più formidabile ricchezza dell’Africa, quella culturale - dice Carbone - potrebbe subire una violenza. Sembra tuttavia che gli africani stiano aspettando a braccia aperte l’arrivo della Coca Cola, gli africani sembrano aperti alla trasformazione del rimanente 50% delle loro economie in economie urbane di tipo industrialistico. L’approccio africano alla globalizzazione è del tutto dipendente, ci sono ancora molti padrini, Francia e Stati Uniti. Il confronto è momentaneamente sospeso dopo la visita di Clinton ; la Francia ha preso atto che gli Stati Uniti hanno messo una pesante ipoteca politica su due dei paesi più importanti dell’Africa centro - orientale, l’Uganda e il Congo. A Kinshasa i nuovi dirigenti hanno capito una cosa nuova che i loro predecessori non avevano compreso e cioè che potrebbe favorire la loro fortuna personale senza sfavorire quella del loro paese". "E’ vero - conclude Chretien - che oltre trent’anni dopo l’indipendenza comincia una nuova epoca, ma il capitalismo americano non è certo più virtuoso o disinteressato di quello francese e degli altri. In certi settori, per quanto riguarda ad esempio le telecomunicazioni, società americane ed europee si presentano assieme in Africa".
L’economia cresce di oltre il quattro per cento
Gli usa hanno cambiato la loro strategia e, dopo aver ridotto al minimo gli interventi finanziari, hanno deciso ora di reimpegnarsi.
Calano le dittature : in ventitré paesi su quarantotto si sono svolte le elezioni.
Chiamarlo "miracolo" africano sembra ancora quantomeno prematuro. Ma forse di dovrebbe essere più attenti a ciò che in quel Continente sta cambiando in meglio. Non che non sia sempre un luogo di carestie e di immani tragedie, ma qualche cosa di nuovo c’è. Un dato su tutti : sui 48 paesi dell’Africa nera ben 23 hanno affrontato elezioni più o meno democratiche. Certo, molti paesi che pure si stanno riformando non si possono ancora definire democrazie. Basti pensare che un leader carismatico e apprezzato, considerato come uno dei più lungimiranti della nuova Africa, come il Presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni si è inventato una formula che, a suo parere, verrebbe incontro alle fragili istituzioni politiche del continente e alle divisioni tribali. Ecco la sua ricetta : elezioni si, ma senza partiti. I candidati rappresentano in pratica solo se stessi. Ma se è difficile dare tourt court a Museveni la patente di democratico, figurarsi agli altri : a partire dal presidente dello Zambia che salutato cime rinnovatore democratico nelle elezioni da lui vinte nel 1991, ha sbattuto in prigione di recente il suo predecessore ; o da Kabila, che sconfitto Mobutu, pur comportandosi un po’ meglio di lui, ha preso ad imitarne almeno alcuni metodi. Resta però il fatto che molte efferate dittature stanno iniziando la via delle riforme e che le elezioni si fanno in metà dell’Africa Nera.
Il secondo capitolo del cambiamento riguardo lo sviluppo economico con dati da non sottovalutare. Non saremo alla presenza delle "tigri asiatiche", recentemente andate peraltro in crisi, ma i paesi della fascia subsahariana hanno avuto un tasso di sviluppo pari al 4.6 per cento. Accanto a questo dato positivo, ne va messo un altro che lo evidenzia : la crescita demografica è rimasta contenuta entro il 3 per cento. I tasso di sviluppo economico insomma risulta nettamente superiore a quello della popolazione e questa è una vera e propria inversione di tendenza. Questi e altri dati fanno dire a Jeffrey Sachs, giovane e brillante economista americano che si è cimentato già nell’assistenza ai governi russo e polacco, che "l’Africa sta uscendo dal baratro in cui era sprofondata". E che "alcuni paesi ottengono addirittura risultati brillanti". Anche probabilmente grazie a queste analisi, che ormai circolano abbastanza ampiamente, gli Usa hanno deciso di mutare la propria politica verso il Continente. I loro aiuti infatti all’Africa Nera erano andati nettamente diminuendo negli anni sino a toccare nel 1997 il livello più basso negli ultimi dieci anni con 700 milioni di dollari contro i 2 miliardi dati all’Egitto.
Il recente viaggio di Clinton però ha segnato una vera svolta nell’interesse americano in Africa. Una politica quella del presidente Usa che fa presagire una rapida prossima ulteriore crescita della presenza e del potere americano sul Continente. Ipotesi che non tutti però auspicano, a partire dal presidente della Namibia, grande amico di Mandela, che ha detto di recente : "L’America ha grandi ali e vorrebbe coprire tutto anche qui in Africa". Resta il fatto però che i francesi hanno ormai perso la partita.
Scalfaro incontra ambasciatori africani
Ma quali sono i problemi dell’Africa secondo gli africani ? Mercoledì, alla presenza del Presidente della Repubblica Oscar luigi Scalfaro, i rappresentanti dei paesi africani accreditati a Roma celebreranno l’anniversario della fondazione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) avvenuta ad Addis Abeba nel 1963 e che viene ricordata oggi in tutto il mondo. "Chi ha interesse per gli avvenimenti dell’Africa - ha detto l’ambasciatore dello Zimbabwe, Comberbach, presentando l’iniziativa - sarà anche a conoscenza dei continui problemi che affrontiamo nel nostro cammino verso lo sviluppo e verso un’autosufficienza economica sostenibile : il peso schiacciante del debito estero, gli squilibri del commercio globale, i livelli derisori degli investimenti diretti esteri in Africa le somme stanziate per la cooperazione allo sviluppo da parte delle nazioni più ricche del mondo, che si assottigliano sempre di più".
E tuttavia il diplomatico non ha tracciato un quadro pessimistico della situazione africana : "Negli ultimi anni - ha proseguito Comberbach - abbiamo assistito, in alcuni paesi del continente, alla fine di dittature e di governi militari che duravano da tempo e l’emergere, al loro posto, di democrazie pluripartitiche. Nello stesso arco di tempo circa venticinque paesi a sud del Sahara hanno dato vita a democrazie pluralistiche ed hanno indetto lezioni democratiche per permettere ai loro cittadini di scegliere liberamente i loro governi". Poi un appello al nostro paese che - è stato detto - mantiene "molteplici rapporti con l’Africa, affinché questi pressanti problemi, ed in particolare quello del debito estero africano, siano affrontati con maggiore urgenza". Gli ambasciatori africani esprimono anche un giudizio sulla nuova legge italiana sull’immigrazione che viene giudicata in modo sostanziale positivo anche se "i centri previsti per l’accoglienza degli immigrati potrebbero creare seri problemi sul fronte dei diritti umani".


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