Mi piace credere che l'asilo politico concesso ai curdi in
questi giorni non sia solo un regalo di Natale. Mi piace credere
che la scelta di accorglierli come profughi e non come clandestini
sia soprattutto un modo per ricordare a noi stessi e al resto
d'Europa che dietro ogni zattera che si avventura in mare
in cerca di terre promesse c'è quasi sempre una storia
larga e spiacevole, un rosario di lividi, una geografia sbagliata,
a volte perfino lo sputo in faccia di una patria negata, una
lingua perduta, una memoria offesa.
Va ricordato, per onestà, che l'asilo politico non
è stata una scelta a cuor leggero ma che è arrivato
dopo molta petulante insistenza di titoli e di cronache. E'
arrivato quando si è finalmente affacciata la domanda
che quei mille pellegrini sbarcati sulle nostre coste ci suggerivano:
perchè dalla Turchia non arrivano bastimenti carichi
di turchi? Perchè solo curdi? In nome di quale diverso
destino? La risposta la conoscevamo già. Bastava aver
spinto in questi anni almeno una volta il piede fino a Djiarbykir,
la capitale del Kurdistan turco. Bastava aver prestato ascolto
alle cronache di arresti illegali, all'uso generoso della
tortura nelle carceri, al divieto codificato di riunione imposto
a quella gente.
Bastava poco per scoprire che nei codici e nelle consuetudini
della Turchia, paese amico e alleato, fedele compagno d'armi
nella Nato e futuro socio della Comunità europea, non
vi è traccia di diritti civili per il popolo curdo.
Ed a un popolo di ultimi, il diritto alla fuga, almeno quello,
deve'essere riconosciuto.
La parabola dei curdi ci dice che il nostro paese non è
neutrale né potrà mai esserlo. Laddove la geografia
è solo un paradosso di linee rette tracciate sulla
carta dei continenti, un orgoglio di vincitori, una vecchia
aritmetica di razze meritevoli e di popoli perduti, compito
dell'Italia è quello di agire perché le ragioni
di quella geografia vengano ridiscusse. E se sulle mappe non
vi è traccia del popolo curdo, spartito fra molti governi
e molte frontiere, ecco che l'asilo politico ai pellegrini
curdi diventa più impegnativo di un regalo di Natale,
più prezioso di una carità di fine anno. E'
un'inutile provocazione all'Europa dei cancellieri e delle
banche centrali, alle gelide apatie di Maastricht, a chi immagina
di poter codificare una gerarchia perfino all'indignazione
(quante interrogazioni parlamentari e risoluzioi di governo
separano la causa curda da quella palestinese?).
Ascoltavo ieri mattina il concerto di Capodanno trasmesso
in eurovisione dall'Opera di Vienna, affascinato dal colpo
d'occhio sulla platea che scandiva battendo le mani le note
della Marcia di Radetsky. Strauss è un vecchio rito
propiziatorio al quale partecipiamo volentieri ogni primo
dell'anno. Anche noi italiani naturalmente. Nessuno si sente
ferito al ricordo che proprio sulle note di quel motivetto
gli austriaci marciavano per le vie di Milano, quando Milano
era ancora una colonia di Vienna. E' solo un ricordo sfumato,
una inoffensiva reminiscenza risorgimentale: non solo perché
è trascorso un secolo e mezzo con due guerre mondiali
dentro. E' accaduto anche che la storia, nel frattempo, si
sia occupata di rimettere le cose al loro posto, Strauss ai
viennesi, Milano agli italiani.
Ad altre latitudini tutto questo non si è verificato.
La storia a volte è pigra: balbetta, o peggio, inganna.
Sulle carte del pianeta non esiste ancora la Palestina, non
esiste il Kurdistan, non c'è alcuna patria per la nazione
Saharawi né per quella tibetana.
Ogni tanto una frangia malata di queste diaspore si abbatte
sulle nostre spiagge e ci ricorda i debiti che non abbiamo
ancora pagato. A noi sono toccati i curdi. Abbiamo avuto l'onestà
di non voltarci dall'altra parte e di ascoltare il coro delle
loro sventure. E' una questione di orgoglio che mi piacerebbe
venisse spesa da Prodi sul tavolo dei banchieri d'Europa,
quando verremo chiamati a rendere conto dei nostri numeri.
E se qualcuno di quei signori ci dirà che i curdi,
con quei numeri, non c'entrano un piffero, allora proveremo
pazientemente a insegnargli la storia. |