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E' l'anno dell'indipendenza per il Popolo del Sahara

Venticinque anni fa è cominciata la lotta armata di liberazione. Il 7 Dicembre 1998 con un referendum si deciderà l'adesione al Marocco o l'autonomia.

L'Italia, dopo la Spagna, è sicuramente il Paese dove si è maggiormente sviluppato e radicato il movimento di solidarietà con il Popolo Saharawi: oltre duecento sono i Comuni e le Provincie gemellate, migliaia i bambini ospitati per cure o vacanze, numerose le carovane o i voli organizzati negli ultimi anni per portare aiuti e conoscere da vicino le condizioni di vita nelle tendopoli. Ma il volo charter Air Algerie, organizzato dalle Associazioni e dai Comuni gemellati, partito da Fiumicino il 3 gennaio, aveva qualcosa di speciale: era la prima visita nei "campi" del 1998, un anno importantissimo per i Saharawi. Questo è infatti al tempo stesso l'anno nel quale si ricorda il venticiquesimo anniversario dell'inizio della lotta armata di liberazione del Sahara Occidentale e l'anno alla fine del quale i circa centocinquantamila Saharawi che da vent'anni vivono nelle tende del deserto potranno tornare nella loro terra. Il piano di pace predisposto dall'Onu, con il consenso del Fronte Polisario e del Regno del Marocco, prevede infatti per il 7 dicembre di quest'anno la celebrazione del tanto atteso referendum attraverso il quale le popolazioni Saharawi potranno decidere se il loro Paese dovrà essere parte integrante del Marocco oppure uno Stato indipendente e sovrano.
Coscienti di questo, di poter partecipare seppur per soli cinque giorni all'anno forse più importante della storia di questo popolo, circa duecentocinquanta italiani, in rappresentanza di associazioni, gruppi di volontariato, istituzioni nazionali e locali, forze sociali e politiche, scendono, ormai a notte inoltrata, all'aeroporto di Tindouf, in pieno deserto algerino, distante centinaia di chilometri dalla Capitale. L'operazione di scarico dei bagagli dimostra subito che di tutto si tratta tranne che di un viaggio turistico o di puro piacere: oltre a zaini, valigie e sacchi a pelo, vengono immessi su un carrello manuale pacchi e scatoloni pieni di ogni genere di aiuti, da voluminosi barottoli di miele a piccoli pannelli solari, da pesanti pompe per l'acqua a batterie elettriche, biciclette e così via. Da oltre venti anni decine di migliaia di uomini, donne e bambini vivono di aiuti internazionali. Anche i mezzi sui quali saliamo, una volta usciti dall'aeroporto, camion, pullman, jeep, così come quelli che incontreremo nei giorni successivi, hanno scritte spagnole, italiane e inglesi sulle fiancate.
La maggioranza degli italiani che arriva a Tindouf la sera del 3 gennaio è già stata nei campi saharawi, per altri, come chi scrive, si tratta di vedere per la prima volta da vicino qualcosa di cui si è letto e discusso, per cui si è cercato di lottare anche in Italia: di prendere contatto con una storia dura e ormai troppo lunga. Una storia la cui parte, diciamo così, recente, inizia nel 1975 quando il Sahara Occidentale, antica colonia spagnola, viene ceduto al Marocco e alla Mauritania, tradendo le aspettative di indipendenza delle popolazioni locali. Successivamente la Mauritania lascerà il campolibero al Regno di Rabat, dopo che i suoi soldati si erano accaniti con particolare ferocia contro le famiglie Saharawi.
Il Fronte Polisario (Fronte Popular para la Liberacìon de Saquia el Hamra y Rio de Oro) nel 1976 denuncia l'ennesimo esproprio della sua terra e proclama la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), rivendicando la sovranità dell'intero territorio ex colonia spagnola. Iniziano duri combattimenti tra il Fronte Polisario e il più attrezzatuo esercito marocchino. Migliaia di persone, minacciate e perseguitate, fuggono dalla loro terra e trovano rifugio nel deserto sudoccidentale dell'Algeria (che già il 6 marzo 1976 aveva riconosciuto la RASD) in una vasta area attorno a Tindouf. Fu un esodo tragico e disperato durante il quale perirono migliaia di persone. Nel campo di accoglienza di Rabuni, dove abbiamo dormito la prima e l'ultima notte del nostro viaggio in grandi tende militari da dieci posti, c'è un uomo, poco più che un ragazzo, al quale mancano ambedue le gambe. Le perse, allora bambino, proprio durante quella fuga, investito da un camion, nella buia notte del deserto. Ci raccontano poi che al termine di quella corsa disperata, appena accampati, le condizioni di vita erano talmente tragiche che centinaia di bambini morirono tra le braccia delle loro mamme e che per molti anni, le donne Saharawi erano terrorizzate dall'idea di mettere al mondo dei bimbi destinati a morte sicura.
Da allora, grazie agli aiuti internazionali ma soprattutto alla straordinaria capacità di resistenza e di organizzazione dei Saharawi, la situazione nei campi è notevolmente migliorata: abbiamo potuto visitare scuole nelle quali si è combattuta e vinta la battaglia contro l'analfabistismo, ospedali gestiti con sacrificio e competenza, orti laddove una vena d'acqua lo consente, un allevamento di polli di dimensioni industriali, frutto di un progetto di cooperazione austriaco. Tutto questo chi legge dovrebbe immaginarlo nelle condizioni proibitive della vita nel deserto: una delle scuole più grandi la "Nove Giugno", che ospita duemila bambini per l'intero anno scolastico, fu parzialmente distrutta qualche anno fa da una tremenda, quanto rara, alluvione e in uno degli ospedali meglio gestiti che abbiamo visto, con tanto di camera operatoria, non si poteva operare perché mancava l'ossigeno, la cui consegna era attesa da giorni.
L'acqua che alimenta gli orti, poi, non è certo nelle quantità che sarebbero necessarie. Le condizioni di vita non sono più quelle del 1976, ma sono ancora molto difficili. Oltre centocinquantamila persone vivono in tende raggruppate in grandi campi che prendono il nome delle città del Sahara Occidentale dalle quali fuggirono venti anni fa: Laayoune (la capitale), Smara, Dakhla, ecc.
Queste tendopoli sono popolate in prevalenza da bambini e da donne: gli uomini sono quasi tutti al fronte. Per fortuna da qualche tempo un cessate il fuoco rispettato dalle parti ha interrotto una guerra che è stata molto dura. Il Marocco, benché più sostenuto e meglio equipaggiato, dovette erigere un muro di centinaia di chilometri, per difendersi da rapide ed efficaci incursioni saharawi che riuscivano ad arrivare fin sulla costa. I soldati e le popolazioni saharawi dovettero conoscere, per parte loro, la morte e le mutilazioni causate da armi chimiche e mine anti-uomo. Ci ha fatto un triste effetto, visitando il museo militare che espone i cimeli di guerra e le armi sottratte ai marocchini, riconoscere, esposte ordinatamente in terra, mine di fabbricazione italiana. Per fortuna, ho spiegato agli amici Saharawi, l'Italia ha definitivamente rinunciato a questo terribile primato, avendo cessato la produzione di mine e approvato recentemente alla Camera una delle leggi per la messa al bando delle mine che viene ritenuta tra le più avanzate del mondo.
Ho pensato anche che il nostro Paese dovrebbe impegnarsi, insieme ad altri, per la rimozione di centinaia di migliaia di mine che ancora circondano il territorio del Sahara Occidentale: come può un Paese che presto, ci auguriamo, sarà libero e sovrano, vivere circondato da una cintura di mine? Se si tiene poi conto che parte considerevole della popolazione vive di nomadismo il problema diventa ancora più grave ed urgente.
Le donne, nei campi, sono la struttura portante della società e della vita democratica. Sono loro a provvedere ad ogni esigenza, politica, amministrativa, di approvvigionamenti e di sostegno materiale. Sono donne belle e forti. Ci accolgono nelle loro tende, per dormire, per mangiare (di giorno mangiamo solo noi perché è appena iniziato il Ramadan), con una ospitalità indimenticabile. Appena ci si siede sui tappeti, comincia, come fosse una forma di saluto e di benvenuto, il rito della preparazione del tè. Un rito complesso, con movimenti abilissimi attorno ad un fuoco, una piccola teiera e tanti bicchierini con i quali vengono serviti, uno dopo l'altro tre tipi diversi di tè: "forte come la vita, dolce come l'amore, soave come la morte". E questa cerimonia si ripete per molte volte al giorno, ad ogni visita o riunione. Con la stessa cordialità e la stessa grazia le Saharawi dipingono le mani delle donne italiane con l'henné, riuscendo a realizzare disegni di acuta fantasia.
Nonostante la situazione di lunga emergenza che stiamo provando a descrivere e nonostante il fatto che una situazione di conflitto domandi sempre la centralizzazione del momento decisionale, il Fronte Polisario ha costruito, nel deserto, una vita democratica ricca e articolata: consigli comunali, provinciali, il Parlamento, il Governo, una Magistratura indipendente. E poi il sindacato e l'associazione delle donne. In un incontro con il Presidente e i consiglieri della Provincia di Smara, alcune italiane hanno posto una domanda riguardo alla futura Repubblica Saharawi: non accadrà forse che, una volta che la guerra sarà finita, che tutti, anche gli uomini che ora sono al fronte, torneranno a casa, le donne, ora così importanti, rientreranno nei ranghi dei ruoli domestici subordinati? Le Saharawi presenti hanno risposto con una fierezza rassicurante. Occorre tener conto del fatto, inoltre, che a giudicare dalla situazione attuale, tra i Saharawi non c'è richio di quelli che noi chiamiamo fondamentalismi. Intendiamoci, il fattore religioso è diffusissimo, prova ne sia che nei giorni della nostra permanenza abbiamo visto pochissime persone non rispettare il Ramadan. Ma è un vissuto religioso assai tolleranate e molto legato alla lettura del Corano e dell'Islam come messaggio di pace.
Tra gli italiani era presente un sacerdote di Firenze, Don Sergio, con una lunga esperienza di missione nelle zone povere del Brasile, che la mattina del 6 gennaio ha tenuto una messa sotto una tenda alla quale hanno partecipato non solo italiani ma anche moltissimi Saharawi. Tutti, nei giorni successivi, ne hanno poi parlato come di una esperienza di comunione spirituale straordinaria. Il 7 gennaio, giorno precedente il nostro ritorno in Italia, nel salone della scuola "Ventisette Febbraio", si è tenuta una conferenza comune italo-saharawi, dedicata allo stao del processo di pace e agli impegni della solidarietà internazionale per il 1998. Erano presenti, tra gli altri, il Presidente del Parlamento, il rappresentante della RASD presso le Nazioni Unite (la RASD è attualmente riconosciuta da 74 paesi, tra i quali non figura l'Italia), il Consigliere speciale per il processo di pace. In serata ci ha raggiunto il Presidente della RASD, Mohamed Abdelaziz. Loro ci hanno spiegato le opportunità ma anche i rischi insiti nelle procedure, già avviate, che dovranno portare, il 7 dicembre prossimo, alla celebrazione del tanto atteso referendum per l'autodeterminazione.
La fase più complessa e più delicata è proprio quella attuale: si debbono accertare gli aventi diritto al voto. Anche nel 1992 era previsto il Referendum, ma tutto saltò in aria proprio per le procedure di identificazione. Fanno testo gli elenchi di un lontano censimento spagnolo del 1974 e documenti spagnoli che accertino che l'interessato viveva effettivamente nel territorio del Sahara Occidentale. Ma è passato tanto di quel tempo che non tutti possono essere in possesso di quei documenti. E poi un certo numero di Saharawi è rimasto a vivere nelle zone occupate dal Marocco e il Fronte Polisario ha la giusta preoccupazione che le autorità occupanti inseriscano tra le liste dei cittadini del Marocco facendole passare per Saharawi. C'è voluta la'abilità diplomatica di James Baker, incaricato speciale per le Nazioni Unite, per costruire una procedura di identificazione che potesse dare garanzie alle due parti su una materia oggettivamente così complessa. Un accordo si è alla fine raggiunto, ma le preoccupazioni non mancano. Dipende da come viene concretamente attuata la procedura concordata. Centri per l'identificazione sono stati istituiti sia nei campi profughi e nelle zone liberate che nei territori ancora occupati. Come funzionano questi centri?
Noi abbiamo avuto l'opportunità di visitarne uno nella tendopoli di Smara. La base organizzativa consiste nelle numerose tribù Saharawi. Per un certo periodo di tempo, che varia a seconda della consistenza numerica, i centri per l'identificazione sono a disposizione, a turno, per le singole tribù i cui membri sono convocati indipendentemente dal fatto che risiedano nel territorio Saharawi o in quello ancora marocchino. L'identificazione comporta così un non semplice problema di trasferimento temporaneo per migliaia di persone. Di fronte al centro di Smara facevano la fila Saharawi della stessa tribù, alcuni dei quali venivano dalle zone occupate. Entravano a gruppi. Ognuno doveva, appena entrato ritirare il proprio numero d'ordine e passare poi nella stanza dove si prendono le impronte digitali e si fanno le foto di riconoscimento. Poi si entra nella stanza dove avviene la identificazione vera e propria. Da una parte c'è la Commissione di osservatori costituita da rappresentanti dell'ONU, della Organizzazione per l'Unità Africana, del Marocco e del Fronte Polisario. Dall'altra parte della stanza, di fronte alla commissione, ci sono gli addetti all'identificazione vera e propria, che rivolgono domande agli interessati ai fini di accertarne l'identità e quindi il diritto di voto. Si tratta di due funzionari delle Nazioni Unite e di due notabili della tribù di turno, uno indicato dal Polisario e una dalle autorità del Marocco. Ai due notabili spetta l'ultima parola: possono dichiarare entrambi di riconoscere o di non riconoscere la persona interrogata, ma c'è anche il caso di un dissenso tra loro. In questa evenienza, la pratica viene accantonata e successivamente riesaminata dalla Commissione. Il momento del riesame dei casi accantonati e quello dei ricorsi di chi non verrà inserito nelle liste elettorali, grosso modo nelle prossima tarda primavera, sarà indubbiamente il momento più delicato e più rischioso per il proseguimento del processo di pace.
Le cose che abbiamo visto nel centro di Smara e i chiarimenti che ci ha fornito il locale responsabile delle Nazioni Unite, un belga preparato e disponibile, ci hanno dato la sensazione che, finora, il rispetto delle procedure concordate si stia garantendo. Ma che cosa sta accadendo negli altri Centri, soprattutto in quelli del territorio occupato? Alcuni notabili designati dal Polisario che stanno facendo l'identificazione nelle zone occupate ci hanno parlato di ripetuti tentativi di forzature da parte marocchina. Sarebbe utile che una delegazione di parlamentari italiani ed europei andasse a fare una visita da quelle parti. Nell'assemblea conclusiva alla scuola "27 Febbraio" di cui abbiamo detto poc'anzi, gli interventi di noi italiani sono tutti tesi, oltre che a confermare un impegno di solidarietà, agli impegni concreti che possiamo assumere per questo anno decisivo per il futuro del popolo Saharawi: sviluppare in Italia un movimento di opinione, fare in modo che nel nostro Paese la stampa ne parli, aiutare concretamente il Fronte Polisario a fare la campagna elettorale, lavorare perché l'Italia invii un corpo osservatori e di testimoni come chiesto anche al Presidente del Consiglio da un gruppo di Parlamentari italiani.
Nel ringraziarci per quanto stiamo facendo e per la volontà da noi espressa di fare davvero del 1998 "l'anno dei Saharawi", i nostri amici ricordano alcuni italiani purtroppo scomparsi che fecero davvero molto loro, soprattutto Elio Marini. La mattina dell'8 gennaio è stato inaugurato un centro per ragazzi intitolato proprio a lui.
Sull'aereo che ci riporta a Roma, nella testa di ciascuno di noi ci sono le forti emozioni che abbaimo vissuto, le immagini così rare di tramonti nel deserto, di un orizzonte a 360 gradi e i volti di tanti bambini che abbiamo incontrato, diversi dei quali, essendo stati ospiti in Italia, ci si rivolgevano in accento toscano o romano e nominavano località, per loro così importanti del nostro Paese: Piombino, Cantagallo, Manziana, Livorno. Ma nella nostra testa c'era soprattutto l'eco degli impegni presi: che quello appena concluso sia l'ultimo viaggio dai "profughi" Saharawi. Vogliamo incontrare d'ora in poi i cittadini Saharawi liberi nelle città e sulle spiagge del loro Paese, finalmente libero e indipendente.


Di Carlo Leoni da L'Unità del 1998

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