Sono le 22.30 circa quando il potente 767 dell'Air Algerie
atterra perfettamente sulla pista, in pieno deserto, all'aereoporto
di Tindouf, estremità sud occidentale del vasto paese
nordafricano. Nei pressi di questa cittadina di frontiera,
cresciuta negli ultimi anni in seguito a una sensibile immigrazione
interna per la fuga dal terrorismo islamico attivo in altre
zone dell'Algeria, sorgono i campi profughi del Fronte Polisario,
il movimento di liberazione che rivendica l'indipendenza del
Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, occupato dalle truppe
marocchine nel novembre del 1975.
A sostegno delle aspirazioni alla libertà e al diritto
di autodeterminazione del popolo Saharawi siamo giunti in
questo lembo di deserto. Siamo 250 italiani, in rappresentanza
del movimento di solidarietà, espressione delle istituzioni,
degli enti locali, delle associazioni, laiche e cattoliche,
dei partiti, del mondo della cultura e studentesco da anni
accanto a questo popolo coraggioso. Una grande delegazione
di donne e uomini provenienti da tutta Italia, con la Toscana
e l'Emilia Romagna a far la parte del leone.
Una volta scesi dall'aereo ci dirigiamo verso il controllo
passaporti sotto lo sguardo curioso di un centinaio di giovani
algerini. Sono militari di leva che attendevano il nostro
volo per partire a loro volta, in licenza, verso le regioni
del martoriato nord dove vivono le loro famiglie. Tindouf
è infatti un'importante base militare da quando, nell'autunno
1963, scoppiò la "guerra delle sabbie" che
oppose, per un breve periodo, il Regno del Marocco all'Algeria
a causa delle fantasiose rivendicazioni di Hassan II su tutto
l'ovest algerino, dal Mediterraneo a Tindouf.
Tra gli aiuti che vengono faticosamente scaricati dal gigantesco
aereo ricordiamo soprattutto le 6 pompe per l'acqua che i
lavoratori dell'Azienda municipalizzata di Modena, in collaborazione
col Comune e la Provincia, hanno donato, offrendo un'ora del
loro lavoro, al campo profughi di El Aaiun. Iniziativa simile
a quella della speciale campagna abbonamenti del "Manifesto"
e che conferma la bontà dell'intervento considerata
anche la visibile soddisfazione del governatore di El Aaiun
al momento della consegna.
Guarda diritto negli occhi e parla con calma e decisione Selma
Monak, ex combattente e attuale governatore di El Aaiun. E
questo conferisce ancora più autorità alle sue
parole: "Chiediamo all'Italia e all'Europa - spiega -
di garantire il corretto svolgimento del referendum di autodeterminazione
del prossimo 7 dicembre, come previsto dagli accordi raggiunti
a Houston dal Fronte Polisario e dal Marocco lo scorso settembre
grazie alla decisiva mediazione di James Baker, ex Segretario
di Stato americano, inviato delle Nazioni Unite. Il timore
- continua - è che il Marocco non abbia alcuna intenzione
di rispettare il compromesso, sensazione confermata dalle
continue provocazioni, dall'aggressiva azione diplomatica
internazionale e dalla feroce repressione che sta attuando
nelle zone occupate del Sahara Occidentale. Tutto nell'indifferenza,
se non nell'ostilità, dei governi europei, alcuni dei
quali continuano a sostenere con superficialità preoccupante
la politica marocchina ritenendola erroneamente più
vicina ai propri interessi.".
Il governatore di El Aaiun ci parla della stabilità
e della prosperità di una regione come il Maghreb e
precisa che "non si assicurano sostenendo regimi come
quello di di Hassan II, nascondendone i crimini e assecondandone
i capricci e i ricatti, bensì favorendo il rispetto
della giustizia, della legalità, dei diritti umani
e il reale affermarsi di una vera cultura democratica. In
Marocco - dice ancora - chiunque osi affrontare la questione
del Sahara Occidentale in una prospettiva diversa da quella
ufficiale diventa automaticamente nemico dello stato, del
popolo e della monarchia". E a questo punto Selma Monak
fa appello a tutta la società civile d'Italia e d'Europa
"affinchè la mobilitazione dell'opinione pubblica
costringa i vostri governi a uscire dall'ambiguità
. Occorre un'azione decisa per costringere il Marocco a rispettare
seriamente le regole stabilite dagli acordi, per amore della
giustizia e per assicurare uno sviluppo pacifico al Maghreb
e al bacino mediterraneo. Non sottovalutate la nostra volontà,
noi non siamo cous cous che si può cuocere al vapore,
come dicono i nostri anziani. Cosa offre il Marocco di tanto
prezioso per essere finora riuscito a garantirsi la compiacenza,
l'impunità e, in alcuni casi, la complicità
di molti governi europei?"
Lo scarso rilievo dato al problema è, senza alcun dubbio,
una grave mancanza del nostro governo, considerata la presenza
nel nostro paese di uno dei movimenti di solidarietà
più attivi nel panorama internazionale. Un movimento
che con gli anni anziché indebolirsi e sparire, è
cresciuto coinvolgendo quasi 200 amministrazioni locali, oltre
100 solo in Toscana, personalità della politica e della
cultura. Merito, anche, della straordinaria dimostrazione
di volontà, coraggio e dignità che il popolo
Saharawi è capace di dare a tutti coloro che hanno
la possibilillità di recarsi ai campi profughi.
In una grande conferenza sulle prospettive del piano di pace
tenutasi alla scuola "27 Febbraio", nata agli inizi
del conflitto come centro di addestramento militare femminile
e adesso scuola professionale per donne, la delegazione italiana
(tra gli altri Tom Benetollo dell'Arci, Renato Romei dell'Anpas,
Olivo Ghilarducci del Consiglio Regionale della Toscana) ha
ribadito solennemente il proprio impegno a sollecitare il
governo italiano per un referendum libero e trasparente e
per controbilanciare, in Europa, lo scandaloso atteggiamento
filomarocchino della Francia.
Qualcosa si stà muovendo. Recentemente Romano Prodi
ha assicurato l'impegno italiano a sostegno della missione
dell'Onu nel Sahara Occidentale. Impegno non solo verbale
ma materiale e soprattutto politico. Il Marocco sta infatti
compiendo una serie di azioni destinate, nelle intenzioni,
a stravolgere il corpo elettorale a proprio vantaggio. Contemporaneamente
cresce l'intimidazione verso i Saharawi che vivono nelle zone
occupate e la campagna, condotta ocn una violenza inaudita
e proccupante, dai mezzi di informazione marocchini e dalla
diplomazia di Hassan II. Tutti in prima linea nel "denunciare"
il Fronte Polisario "colpevole" di impedire l'iscrizione
di cittadini al referendum che, affermano le autorità
marocchine, ne avrebbero diritto. Le commissioni di identificazione
in realtà, hanno rifiutato migliaia di strani e prezzolanti
pretendenti al voto che il Marocco cercava di spacciare come
Saharawi. In realtà questa isteria marocchina denota
l'intenzione di risolvere la questione utilizzando la forza,
contando ancora una volta nell'impunità internazionale.
Le donne e i bambini del Polisario cantano la canzone a loro
più cara: "Il Sahara non si vende", mentre
abbandoniamo le tendopoli. La speranza di tutti è che
l'Italia non sia tra coloro che cercano di "vendere"
il Sahara e il suo popolo, cancellando così una volta
per tutte una cultura e una storia di resistenza e coraggio
patrimonio di tutta l'umanità. |