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"POLISARIO Un’astronave dimenticata nel deserto"
di Fabrizia Ramondin
Prefazione di Luciano Ardesi


E’ nel deserto di Tindouf, nell’estremo sud-ovest dell’Algeria, che dall’inizio del 1976 i primi profughi Saharawi hanno trovato rifugio dopo estenuanti marce nel deserto sotto le bombe dell’aviazione marocchina. Cittadini per lo più, avevano fuggito le città, di quello che aveva appena cessato di essere il Sahara spagnolo, via via occupate dal Marocco malgrado la difesa del Fronte Polisario. La storia di questo tentativo di genocidio deve essere ancora scritta, ma la fuga, la separazione delle famiglie, i bombardamenti, i massacri, sono rimasti nella memoria del popolo Saharawi. Migliaia di persone si trovarono agglutinate attorno a rari pozzi nei pressi di Tindouf. Con una corsa contro il tempo la Mezza Luna algerina, l’equivalente della nostra Croce Rossa, e le organizzazioni umanitarie assicurarono un minimo di accoglienza in condizioni davvero difficili.

La precaria concentrazione di tanta gente provocò ben presto lo scoppio di epidemie. Si dovette disperdere la popolazione in diversi accampamenti su un’area molto più vasta, e ancor più inospitale.

Nasce in questo momento l’idea di assegnare simbolicamente alla terra dell’esilio la rappresentazione della patria appena abbandonata. I nomi delle principali città del Sahara Occidentale, El-Ayoun, Smara, Dakhla (cui si aggiungerà più tardi Ausserd) vennero datti alle wilaya ("regioni"), vale a dire ai distinti gruppi di tendopoli in cui i rifugiati vennero distribuiti. A loro volta le wilaya vennero suddivise in daira ("provincie"), in singole tendopoli ribattezzate con i nomi delle località minori. In un universo materiale estremamente povero - all’inizio le tende erano fatte con pezzi di stoffa incessantemente ricuciti in una lotta senza tregua contro il vento - ma simbolicamente ricco, la vita dei rifugiati andrà organizzandosi in un modello comunitario del tutto unico. Chi avesse visitato allora altri campi di profughi in Africa, non poteva che restare colpito come fin dai primi anni dell’esilio la dignità e la volontà fossero la più straordinaria risorsa di questo lembo del deserto.

E’ in questo stesso universo che il Fronte Polisario ha costruito la propria utopia di una società immediatamente libera ed egualitaria, tanto da contribuire ad occultare, paradossalmente, un dato di fatto essenziale : parte dei Saharawi è ancora oggi rinchiusa nei territori occupati del Sahara Occidentale e dispersa nell’esilio in Mauritania e alle Canarie. I territori occupati sono il più segreto dei giardini segreti del re Hassan II. L’eufemismo con il quale alcuni anni fa il re marocchino ha voluto ingentilire l’allusione ai centri segreti di detenzione dove gli oppositori al regime sono sistematicamente torturati e annientati, è per i Saharawi dei territori occupati una realtà quotidiana, anche per coloro che vivono, apparentemente, "liberi".

L’occupazione marocchina del Sahara Occidentale era iniziata nel novembre 1975, non senza la complicità della Spagna, potenza colonizzatrice. Il 16 ottobre di quell’anno, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia rendeva noto il verdetto secondo il quale al Sahara Occidentale si doveva applicare il principio dell’autodeterminazione.

Per Hassan II, che quel verdetto aveva sollecitato, era la fine del tentativo di ottenere su un piatto d’argento la colonia spagnola, di cui rivendicava la proprietà. Si era del resto preparato al peggio, e il giorno stesso annunciava una marcia verde "pacifica" di 350.000 persone per recuperare la "provincia meridionale". Tutto era già pronto, ma la marcia partirà solo il 6 novembre. Si saprà poi che il ritardo era servito a preparare gli accordi di Madrid che il 14 novembre sancì la spartizione del Sahara spagnolo tra Marocco e Mauritania.

I marciatori penetrarono per alcuni chilometri, con la Spagna, ipocrita, a fare la voce grossa, per ritirarsi pochi giorni dopo. Dietro di loro c’era però l’esercito marocchino, che da allora non doveva più abbandonare il territorio. I soldati del re non trovarono, ovviamente, il Tercio, la tristemente famosa Legione Straniera del Generale Franco, in quei giorni agonizzante, bensì i guerriglieri Saharawi. Da oltre due anni si era infatti costituito il Fronte Popular de Liberaciòn para Saquiet el-Hamra y Rìo de Oro (Fronte Polisario), il movimento di liberazione armato per l’indipendenza della colonia spagnola. Per il Marocco gli Accordi di Madrid si dimostreranno ben più difficili da applicare di quanto non avesse allora immaginato.

Le rivendicazioni marocchine sono relativamente recenti - risalgono agli anni ’50 - ma pretendono di radicare le proprie ragioni nella storia di uno straordinario ed originale pezzo di Africa. E’ nel 1956 che il principale leader nazionalista marocchino, Allal el Fassi, inizia a sostenere la tesi del Grande Marocco, vale a dire di un territorio che comprende, oltre al Marocco, la parte occidentale dell’Algeria e del Mali e tutto il Sahara occidentale e la Mauritania. Due anni più tardi la tesi diventa politica ufficiale della monarchia alauita. Questa politica, ancor prima che nei confronti del Sahara Occidentale, viene applicata all’Algeria e alla Mauritania. I confini dell’Algeria, da poco indipendente (1962), diventano l’occasione di un breve scontro ("guerra delle sabbie") nell’autunno del 1963, mentre l’indipendenza della Mauritania (1960) sarà riconosciuta da Rabat solo nel 1969.

Per capire i motivi delle pretese marocchine bisogna risalire alla storia dei Saharawi (che letteralmente vuol dire "gente del deserto").

La loro origine può essere fatta risalire all’incontro tra i berberi che abitavano il Sahara e gli arabi Maqil venuti dallo Yemen attraverso l’Africa nell’XI secolo e stabilitisi nella regione nel XIII secolo. L’incontro tra berberi ed arabi ha dato avvio ad un processo di fusione e di contaminazione che ha portato ad una comune fede nell’Islam sunnita e ad una unica lingua, l’hassaniya, molto vicina all’arabo classico, e soprattutto ad una struttura sociale delle tribù del tutto originale.

Al vertice della piramide sociale vi sono le tribù Shorfa, di coloro cioè che detengono il sapere, religioso in primo luogo, e le tribù guerriere, che assicurano la difesa del territorio. Unite in una sorta di simbiotica divisione del lavoro, si contendono l’influenza sulle tribù "tributarie" dedite alla pastorizia e all’agricoltura e che in cambio della protezione spirituale e armata versano loro un tributo. Più in basso nella scala gerarchica gli Harratin, gli schiavi liberati, solitamente neri, e gli schiavi veri e propri peraltro ben integrati nella struttura familistico-tribale e la cui condizione non deve neppur lontanamente far pensare a quella dei neri deportati nelle Americhe. La coesione e l’unità di questa confederazione è assicurata, in assenza di un poter centrale, da un consiglio dei capi delle tribù, l’Aït Arbaïn ("Consiglio dei Quaranta").

Dall’incontro tra berberi ed arabi nasce anche una intensa vita religiosa e dal XV secolo il Saquiet el-Hamra ("Fiume Rosso") diventa quella "terra dei santi" che porterà la cultura islamica in tutta l’Africa Nordoccidentale. E’ soprattutto l’impronta sociale e linguistica a dare un’identità propria alla regione del Sahara Occidentale che comprende all’incirca il nord della Mauritania e l’attuale Sahara Occidentale, e che la distingue dal resto del Maghreb.

Regione desertica per eccellenza, il Sahara Occidentale più che un ostacolo ha costituito un terreno di comunicazione tra il Mediterraneo e l’Africa subsahariana. L’organizzazione sociale e la sua base economica, fondata sul nomadismo, hanno rappresentato il veicolo di questa comunicazione. E’ evidente che quest’insieme doveva entrare in rapporti frequenti e molto stretti tanto al nord con la monarchia alauita quanto al sud con i centri di potere che via via vennero a costituirsi attorno ad alcune località della fascia sahelo-sahariana.

Si possono altresì comprendere le ragioni dei tentativi di prendere il controllo di questa regione e quindi dei traffici vitali per le due sponde del Sahara.

Il Marocco vi riuscì per pochi anni, ma proprio la distruzione dell’impero di Gao ad opera del sultano marocchino El Monçour nel 1591 porta alla decadenza del traffico attraverso la parte occidentale del Sahara, e l’asse del traffico transahariano si sposterà più a est. Peraltro la spedizione marocchina non attraversò i territori dell’attuale Sahara Occidentale, ma il momentaneo controllo Tombouctou e della pista carovaniera servirà a nutrire l’immaginario nazionalista marocchino.

La colonizzazione europea del Sahara Occidentale inizia nel XV secolo ma si limita, fino a metà dell’800, alla costa. La Spagna riesce a far riconoscere dal Congresso di Berlino (1884) i propri "diritti" sul Sahara Occidentale. Il resto della regione è assegnato alla Francia, con la quale la Spagna dovrà trattare per fissare i confini dei rispettivi possedimenti.

L’occupazione effettiva di tutto il Sahara Español avviene solo nel 1934.

La penetrazione coloniale si scontra con la resistenza dei Saharawi, peraltro l’assenteismo spagnolo fa sì che gli attacchi siano rivolti soprattutto contro la Francia, impegnata ad occupare il resto del Sahara e le regioni vicine. E’ il caso del leader religioso cheik Ma el Ainin che, originario della Mauritania, si stabilisce nel Saquiet el-Hamra fondandovi Smara, che diventa così centro religioso e politico, e cardine della resistenza contro la penetrazione coloniale tanto al sud che al nord del Sahara. In un primo momento Ma el Ainin riesce a stringere un’alleanza con il sultano del Marocco contro il nemico comune europeo, poi rivolgerà le sue forze sia contro la Francia che il Marocco, ma alla fine sarà sconfitto nel 1910. Dopo la sua morte, la lotta viene ripresa dal figlio che nel 1912 entra in Marrakech (ma non per questo ai Saharawi è mai venuto in mente di rivendicare il sud del Marocco !). I Francesi, che hanno stabilito un protettorato sul Marocco, forti dell’assenteismo della Spagna, fanno uso del "diritto di inseguimento" e penetrano nel Saquiet el-Hamra (febbraio 1913) e distruggono Smara, compresa la sua ricca biblioteca. La resistenza si riorganizza e negli anni dal 1924 al 1932 utilizza l’arma tradizionale delle razzie, efficacissima grazie all’estrema mobilità dei gruppi montati su dromedari e alla perfetta conoscenza del terreno. I bersagli sono ancora i francesi, fino a quando Parigi non farà pressione su Madrid affinché controlli il territorio assegnatole.

Gli anni ’50 segnano una profonda svolta nella regione. La scoperta dei giacimenti di fosfati di Bou Craa dà inizio ad una colonizzazione più intensa e ad una trasformazione della società tradizionale. Per le necessità dello sfruttamento economico Madrid attua una sedentarizzazione forzata ; si forma così progressivamente un nucleo di lavoratori urbanizzati, una classe operaia in nuce, sia nel Sahara Occidentale che nell’emigrazione. Sul piano sociale l’investimento è minimo, la scuola è un privilegio raro e solo a pochissimi Saharawi è permesso di studiare in Spagna. E’ tuttavia su questa nuova base sociale, sensibile all’ideologia del movimento operaio europeo e del movimento di liberazione nazionale contro il colonialismo, che prende forma una moderna coscienza nazionale, influenzata dalle esperienze in corso nel mondo arabo e africano.

I Saharawi prendono le armi per la prima volta per combattere accanto ai nazionalisti nell’esercito di liberazione marocchino. Ciò non deve sorprendere se si pensa alla tradizione anticoloniale di Ma el Ainin e al panarabismo allora in voga. Una volta raggiunta l’indipendenza (1956) il sovrano marocchino, timoroso di avere uomini in armi sul proprio territorio, allontana i Saharawi che continuano la loro lotta nel Sahara spagnolo e nella Mauritania, contrastata da operazioni congiunte franco-spagnole. Con l’indipendenza di Mauritania e Algeria, il nazionalismo Saharawi diventa più spiccatamente antispagnolo. Il primo nucleo di questo nuovo nazionalismo si forma alla fine degli anni ’60 attorno alla figura di Mohamed Bassiri.

Nel giugno il movimento organizza una manifestazione popolare contro la progetta annessione pura e semplice del Sahara alla Spagna. La repressione è violenta e Bassiri dopo essere arrestato diventerà il primo desaparecido Saharawi. Il movimento che aveva fondato si scoglie. L’insuccesso porta ad interrogarsi sugli obiettivi e sui mezzi per raggiungerli. E’ così che nel maggio 1973 viene creato il Fronte Polisario, attorno a un gruppo di studenti, tra i quali spicca El Wali, con l’obiettivo dell’indipendenza attraverso la loro lotta armata.

Nella regione intanto le rivendicazioni marocchine minacciano gli altri paesi, tanto che, più per difesa che per ragioni storiche, anche la Mauritania comincia a rivendicare il Sahara Occidentale. L’Algeria si limiterà a riaffermare la necessità di applicare, come a tutti i territori sotto occupazione coloniale, il principio di autodeterminazione. Solo all’inizio degli anni ’70 il Marocco stabilirà buoni rapporti con l’Algeria e la Mauritania. La questione Saharawi rimane a lungo un affare esclusivamente regionale. Le Nazioni Unite cominciano ad occuparsi della colonia spagnola abbastanza tardi, la prima risoluzione dell’assemblea Generale, che afferma il diritto dei Saharawi all’autodeterminazione, è del 1965. La Spagna cerca di resistere alle pressioni internazionali, ma di fronte alla crisi del franchismo, accellera le procedure per sbarazzarsi della colonia. Nell’agosto 1974 Madrid informa l’ONU di voler organizzare un referendum entro la prima metà dell’anno successivo. La reazione del re Hassan II è violenta, poiché sa di non poter affrontare i rischi di un voto popolare, ed è in questo contesto che decide di ricorrere alla corte Internazionale di Giustizia, di cui conosciamo il verdetto. I successivi accordi tripartiti di Madrid per la spartizione del Sahara Occidentale non saranno mai riconosciuti dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale.

A partire dall’invasione marocchina del novembre 1975, il Polisario inizia la nuova fase della liberazione nazionale su un duplice piano, militare e diplomatico. I guerriglieri contrastano efficacemente l’avanzata delle truppe marocchine e mauritane, ma di fronte agli attacchi contro la popolazione civile e le colonne di profughi, decidono di proteggere in primo luogo la fuga dei civili verso l’Algeria.

Alla data prevista per il ritiro definitivo degli spagnoli dal Sahara Occidentale, il Polisario prende la decisione di colmare il vuoto giuridico proclamando il 27 Febbraio 1967, a Bir Lahlou nelle zone liberate, la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). La resistenza contro l’occupazione mette in evidenza le capacità strategiche del Fronte. I guerriglieri individuano immediatamente l’anello debole dell’alleanza, e concentrano i loro attacchi contro la Mauritania, fino a colpire la capitale Nouakchott. La tattica è quella tradizionale delle razzie, ma con mezzi moderni. Le Land Rover consentono la mobilità un tempo assicurata dai dromedari, le armi automatiche, molte delle quali recuperate al nemico, sostituiscono le spade e i vecchi fucili. Nel corso di uno dei raid in profondità nel territorio mauritano muore El Wali (giugno 1976). Il suo posto sarà preso da Mohamed Abdelaziz, attuale segretario generale del Fronte Polisario e presidente della RASD. La Mauritania, dissanguata dalla guerra, è costretta a firmare la pace con il Polisario (agosto 1979).

Il Fronte rivolge allora l’attenzione al Marocco, riuscendo anche in questo caso a portare gli attacchi dentro i suoi confini, mentre libera vaste zone del proprio paese. L’esercito marocchino è in difficoltà fino a quando, a partire dall’inizio degli anni ’80, non comincia a costruire una serie di muri difensivi sempre più ampi fino a comprendere gran parte del territorio del Sahara Occidentale. Difeso da ampi campi minati e da sofisticati apparati elettronici, il muro si dimostra per nulla invalicabili, ma nello stesso tempo appare evidente che nessuna delle due parti in conflitto può sperare in una vittoria militare sull’altro.

Il Fronte, del resto, tranne una passeggera illusione alla fine degli anni ’70, non aveva mai creduto in una vittoria esclusivamente militare, e questo spiega lo straordinario attivismo sul piano diplomatico, sostenuto dall’Algeria che in quel momento esercita la leadership tra i paesi del Terzo Mondo.

Con una scelta intelligente, l’offensiva politica si rivolge in primo luogo all’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA). Le ragioni sono diverse : il ritiro spagnolo lascia di fronte solo paesi africani, l’intangibilità delle frontiere ereditate dalla colonizzazione costituisce il principio fondamentale dell’organizzazione panafricana. La scelta è vincente poiché non solo viene affermata la necessità di una decolonizzazione mediante referendum e di colloqui diretti tra Marocco e Polisario, ma dal 1982 la RASD è ammessa, come stato membro, nell’OUA. Raggiunto questo obiettivo, l’attenzione viene rivolta alle Nazioni Unite che fanno propria l’impostazione africana. Ci vorranno tuttavia ancora molti anni prima di raggiungere un accordo di pace. Due elementi verranno a sbloccare la situazione. Il primo è, come visto, la raggiunta consapevolezza da parte del Marocco e del Polisario dell’impossibilità di vincere sul piano militare. L’altro è il progressivo miglioramento delle relazioni tra Algeria e Marocco che porta alla ripresa dei rapporti diplomatici tra i due paesi (maggio 1988). Per capire l’importanza di questa normalizzazione va ricordato che fin dall’inizio la propaganda di Rabat aveva accusato Algeri di fomentare la guerra nei suoi confronti attraverso i sedicenti Saharawi.

Nell’agosto 1988 Marocco e Polisario sottoscrivono un accordo di pace negoziato dal Segretario Generale dell’ONU Perez de Cuellar. Due sono i punti di compromesso più significativi per gli sviluppi futuri. Il primo riguarda la presenza militare e amministrativa marocchina nei territori occupati. Contrariamente alla pregiudiziale fino ad allora avanzata, il Polisario accetta la presenza e l’idea di una sua progressiva, ma solo parziale, riduzione. Il secondo riguarda il corpo elettorale. Rabat accetta che il censimento effettuato dagli spagnoli nel 1974, due anni prima di abbandonare la colonia, sia l’unica base per compilare la lista degli elettori che dovranno scegliere, con un referendum, tra l’indipendenza e l’unione con il Marocco. Ci vorranno tuttavia ancora tre anni di lavoro diplomatico per giungere alla formulazione di un piano di pace dettagliato, che verrà approvato dal Consiglio di Sicurezza nell’aprile del 1991.

Per il Polisario e i Saharawi è un momento di grande gioia, nei campi di Tindouf ci si prepara a smontare le tende poiché il calendario del piano prevede il voto nel gennaio 1992. Le difficoltà emergono immediatamente. Il Marocco pone una serie di ostacoli, soprattutto per ciò che riguarda le liste elettorali. La mossa è astuta perché il piano prevede che la loro pubblicazione dia inizio all’applicazione di molte clausole, e al cessate il fuoco in primo luogo. La tregua, malgrado i tentativi di Rabat di rinviarla, sarà proclamata a partire dal 6 settembre 1991, ma poiché non tutte le condizioni sono state rispettate, in particolare la compilazione delle liste elettorali, il Marocco rifiuta di applicare integralmente il piano, a cominciare dal progressivo disimpegno dei territori occupati. Non è un particolare trascurabile poiché ciò significa che la Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (Minurso), dispiegata a partire da quell’anno, non potrà esercitare alcun controllo reale su quei territori.

E’ la continuazione di uno stato di fatto che dura da tempo. Si può ora comprendere meglio perché il Polisario sia stato incapace di condurre quell’intifada Saharawi in grado di destabilizzare il disegno del Marocco. Infatti, oltre alla ripresa dello sfruttamento delle miniere di fosfati e dei ricchissimi banchi di pesca lungo le coste atlantiche, con la complicità degli accordi sottoscritti con la Comunità Europea, il governo di Rabat ha iniziato dalla fine degli anni ’80 una intensa colonizzazione. Si calcola che attualmente tra coloni, soldati, poliziotti e personale amministrativo ci siano circa 250.000 marocchini nei territori occupati.

La popolazione di origine Saharawi è sottoposta ad un durissimo regime poliziesco. Non può utilizzare la propria lingua, né indossare gli abiti tradizionali, è discriminata nell’educazione e nel lavoro, tranne che per coloro che accettano di rinnegare la propria famiglia per andare a vivere in Marocco. Ogni espressione di nazionalismo Saharawi è violentemente repressa. Chi manifesta l’appartenenza al Polisario è arrestato e sottoposto a intollerabili regimi carcerari, in isolamento e con lunghe sedute di tortura ; gli scomparsi sono più di 850. I processi non si celebrano quasi mai per non dar luogo a dichiarazioni pubbliche e a mobilitazioni di solidarietà. Anche dopo il dispiegamento della Minurso, i territori occupati rimangono inaccessibili alla stampa indipendente e alle organizzazioni di difesa dei diritti umani.

Forte di questi risultati, il Marocco può continuare la finzione del piano di pace, sabotandolo nei fatti. Concentra così la sua offensiva diplomatica per ottenere un allargamento progressivo dei criteri per la compilazione delle liste elettorali. Troverà una complicità nei due segretari generali dell’ONU, Perez de Cuellar e Boutros Ghali, e nella passività della comunità internazionale. Le operazioni di identificazione degli elettori, iniziata nell’agosto del 1994, vanno avanti lentamente con continue interruzioni. Non stupisce che alla fine siano sospese di fatto dopo un anno e mezzo, di fronte alle richieste senza fondamento del Marocco che ai 74.000 Saharawi recensiti dalla Spagna nel 1974 pretende di aggiungere altre 200.000 persone, la maggior parte delle quali di indubbia origine marocchina.

I motivi di quello che per il momento appare un fallimento del piano di pace sono molteplici. Il Marocco è fermamente deciso a predeterminare il risultato del referendum facendo votare i suoi cittadini. Basti pensare che, malgrado abbia accettato nel 1988 il principio dell’autodeterminazione, Rabat non ha mai smesso di dichiarare che il Sahara Occidentale è parte integrante del proprio territorio. I paesi occidentali tacciono. Va riconosciuta ad Hassan II una grande abilità nel legarli a sé. Non avendo petrolio, ha saputo offrire la garanzia di un paese stabile, alleato fedele, baluardo contro il fondamentalismo che corrode i paesi vicini. In cambio di questa garanzia il re ha le mani libere per fare ciò che vuole dentro i confini reali e immaginari del proprio regno. Quanto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sembra più preoccupato delle apparenze che della sostanza del piano di pace.

La scelta più difficile è ora nelle mani del Polisario. La riluttanza a prendere le armi non sta tanto nelle presunta indisponibilità dell’Algeria a sostenere il Fronte e anche su questo terreno, quanto nel timore di vedersi attribuire la responsabilità del definitivo fallimento del piano di pace che, a parole, anche il Marocco dichiara di volere. Né si può parlare di incapacità dei guerriglieri di adattarsi a una nuova fase della lotta armata. La colonizzazione spinta dei territori occupati offrirebbe migliori condizioni per condurre azioni ad effetto, senza per questo scadere nel terrorismo al quale, va riconosciuto, il Polisario non ha mai ceduto. Il Fronte, appoggiato da una parte della comunità internazionale, chiede trattative di pace dirette col Marocco. Finora il ha concesso solo udienze ai suoi "sudditi in errore".

Il Marocco gioca evidentemente sul tempo per consolidare la presenza nei territori occupati, e per fiaccare la volontà dei Saharawi. Malgrado le condizioni materiali si siano fatte più dure negli accampamenti a sud di Tindouf, è difficile immaginare che un intero popolo abbandoni la determinazione di cui ha dato prova finora. Dal nulla e sul nulla ha saputo costruire un’utopia concreta, reale. Non si tratta né di un miraggio né di una infatuazione. Il diario di Fabrizia Ramondino ci riporta alle cose più concrete, alla realtà quotidiana con le sue forme, i suoi colori, i suoi odori. Ci riconduce alle donne, agli uomini e alle generazioni future che si preparano a continuare la sfida. Ma i Saharawi non vengono dal nulla, né da un mondo "altro".

Nell’immaginario collettivo dell’Occidente il deserto è luogo di rifugio o di fuga, da riempire con le nostre speranze, le nostre illusioni, molto più spesso con il nostro vuoto. Non è detto che per i Saharawi sia del tutto diverso. Ma se rifugio è stato ed è ancora, è per allontanare un insopportabile oppressione. Se di fuga, ora sognano, da questo stesso deserto, è per riempire un altro deserto. Di libertà.

Luciano Ardesi

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