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SAHARAWI, UN POPOLO IN ESILIO

All’aeroporto "Boumedienne" di Algeri i controlli sono stati molti e molto meticolosi, e per passare dallo scalo internazionale a quello nazionale attiguo ci si impiega almeno un’ora. Qui l’ulteriore ispezione dei bagagli è accompagnata da una perquisizione personale che fuga ogni dubbio sull’ansia da attentato che attraversa la società algerina alla vigilia di un importante appuntamento elettorale.

Se i voli per Jedda sono in questo periodo pieni di pellegrini in visita alla Mecca, quelli per Tindouf sono regolarmente riempiti da giovani di leva che vanno a indossare la divisa in questo ultimo avamposto militare algerino prima del deserto del Sahara. Tindouf è infatti una piccola città cresciuta intorno a una grande base da trentamila uomini, ma soprattutto rappresenta la linea di confine tra l’Algeria degli Algerini e l’Algeria dei Saharawi. Usciti dal piccolo scalo dopo un viaggio di due ore e mezza, si è presi così direttamente in consegna dalle jeep in dotazione ai Saharawi che, superati un paio di posti di blocco, penetrano nel territorio della Repubblica Araba Saharawi Democratica in esilio. La RASD è stata fondata nel 1975, dopo che una parte della popolazione saharawi abbandonò le proprie terre per sfuggire alla violenta reazione militare del Marocco alla decisione dell’Alta Corte Internazionale di Giustizia che applicava al Sahara Occidentale il principio dell’autodeterminazione. A piedi, sotto le bombe dell’aviazione marocchina, migliaia di famiglie attraversarono il deserto del Sahara fino all’Algeria, dove da allora circa duecentomila beduini, misto di berberi, africani e arabi vivono contro la propria natura nomade, "insabbiati" e lontani dalla propria terra. Una terra ricca di fosfati bagnata da uno dei tratti più pescosi dell’Oceano Atlantico, per la quale i Saharawi combattono dalla fine del 1800, prima contro i francesi, poi gli spagnoli, i mauritani e infine i marocchini. Ad una ventina di chilometri da Tindouf, tra il nuovo ospedale e gli studi della radio nazionale, c’è la struttura di accoglienza di Rabuoni, centro logistico che smista le delegazioni ufficiali, i "viaggi di conoscenza" organizzati dalle associazioni di solidarietà di mezzo mondo, i cooperanti di grandi piccole organizzazioni internazionali impegnati nei più svariati progetti, dall’alimentazione alla sanità. Sono gli aiuti internazionali che permettono ai Saharawi di sopravvivere in questo spaventoso deserto, dove d’estate ci sono cinquantacinque gradi e d’inverno il termometro scende a sotto zero, dove il vento soffia incalzante alzando sabbia gialla che penetra ovunque. Da Rabuoni si parte per i campi profughi, per le quattro wilaya, province, che portano gli stessi nomi delle città lasciate nel Sahara Occidentale: El Ayoun, Auserd, Dakla e Smara. Città di tende, non più quelle tradizionali di lana scura dei nomadi , ma quelle verdi o gialle fornite dall’Onu. Al loro fianco negli ultimi due anni si sono moltiplicate piccole costruzioni di mattoni di sabbia con il tetto di latta, segno della "sedentarizzazione" forzata, della disillusione verso il ritorno in patria, dell’empasse della soluzione pacifica sotto l’egidia degli organismi internazionali. E’ infatti dal 1975 che i Saharawi aspettano quel referendum di autodeterminazione che nel 1988, con l’istituzione da parte dell’Onu della Minurso (Missione per il Referendum nel Sahara Occidentale), è stata la premessa fondamentale per l’accordo di pace fra il Polisario (Il Fronte di Liberazione Saharawi) e il Marocco. Ma i punti centrali del compromesso tra le parti, la progressiva riduzione della presenza militare e amministrativa marocchina nei territori occupati e l’accettazione del censimento del corpo elettorale realizzato dagli spagnoli nel 1974, sono di fatto stati disattesi. Il Marocco, nel 1991, ha spinto 155mila coloni marocchini a raggiungere i 350mila loro connazionali già arrivati nel Sahara Occidentale con la "Marcia Verde" di sedici anni prima, chiedendo in seguito la ridiscussione delle liste elettorali. La Minurso si è trovata così ad operare in un territirio blindato, dove la (ormai) minoranza Saharawi viene sistematicamente perseguitata e discriminata (come ampiamente documentato da Amnesty International), impiegando due anni per iniziare le operazioni di identificazione degli elettori del referendum e interrompendole di fatto nel 1995. I colloqui di Houston nel 1997 rilanciano nuovamente il referendum sotto il patrocinio dell’Onu e dell’Oua (Organizzazione degli Stati Africani), ma l’appuntamento per il dicembre dello scorso anno è nuovamente saltato ed è stato posticipato allo stesso periodo di quest’anno.

La situazione attuale non lascia alcuna speranza per questo appuntamento: non è stata completata l’identificazione degli aventi diritto di voto, non è avvenuto il rilascio dei detenuti politici Saharawi e dei prigionieri di guerra marocchini, è stata disattesa la riduzione delle truppe lungo il fronte di 2.500 chilometri di mura di sabbia e mine costruiti dal Marocco a difesa dei territori occupati, non sono ancora stati stanziati gli ingenti fondi (si parla di 50 milioni di dollari) per il rimpatrio dei profughi (200mila dai campi in Algeria, diecimila dalla Mauritania e almeno 5mila da altre aree della regione) e per lo sminamento delle aree da attraversare. E nel passaparola di "radio turbante" lo scoramento dei profughi si trasforma di giorno in giorno nell’idea di riprendere a combattere, sapendo dell’impossibilità di vincere dal punto di vista militare ma con la disperata coscienza che la ripresa dei combattimenti attirerebbe l’attenzione internazionale e paradossalmente rilancerebbe la prospettiva di una consultazione trasparente. Insomma pare non bastare più il coinvolgimento popolare nell’organizzazione sociale dei campi, la costruzione di scuole, collegi, istituti, ospedali, teatri, la struttura avanzatissima che ha trasformato dei campi profughi in realtà (quasi) vivibili. I Saharawi in esilio si sentono sempre più prigionieri di una pace che, silenziosamente, uccide la speranza. La speranza di ritornare nella propria terra.


Di Alessandro Pestalazza da il Sole 24 ore del 11 aprile 1999

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