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La lotta dimenticata del popolo Saharawi

Nei campi profughi dell’Algeria

Dalla metà degli anni Settanta il popolo Saharawi vive nei campi profughi nel sud dell’Algeria. E’ una lotta lunga la loro, che negli anni ha suscitato impegno ed emozione nella sinistra europea. Riconquistare l’indipendenza contro l’invasione marocchina è stata una parola d’ordine del militante di sinistra negli ultimi decenni. La fine del colonialismo, i diritti dei deboli nell’area della contrapposizione dei blocchi, la cooperazione allo sviluppo, questi erano alcuni dei tratti della rivendicazione politica, quando la guerra con il Marocco ha unito il popolo Saharawi.

Dal 1991 il conflitto si è arrestato, la pace armata divide il Sahara Occidentale in territori liberati e in una parte ancora occupata dall’esercito marocchino. Da quella data l’ONU ha acquisito una nuova centralità promuovendo un referendum per l’indipendenza. Un processo lungo e faticoso in cui l’identificazione dei votanti per il referendum è stato il vero oggetto di contesa e di ritardi. Tutti aspettavano dicembre ’98 come data storica per l’autodeterminazione, poi si è pensato al luglio 2000, ora si parla in maniera sconsolata del 2001.

Intanto il consiglio di sicurezza si riunisce e licenzia solo risoluzioni "tecniche", eludendo qualsiasi valutazione, per prolungare il mandato della missione denominata Minurso.

Ma una nuova generazione di giovani saharawi sta crescendo nei campi profughi, situati in una landa desolata. "Questo non è il nostro paese, non è la nostra casa" ci ripetono le guide dell’Unione Giovanile del Fronte Polisario. Per una settimana ci hanno portato in giro nei diversi centri, visitando le scuole e gli ospedali. "Gli anziani vivono un forte disagio interiore, perché ricordano la loro terra da cui sono fuggiti" ci racconta Cherif, laureato in letteratura a Cuba. "Ma il nostro grande problema è lottare contro la delusione e la stanchezza dei giovani dei campi, per il rischio che cresca una generazione neutrale e indifferente". Il livello di educazione è tra i più alti dell’intero continente, si calcolano più di mille laureati, la grande maggioranza nelle università cubane o nei paesi arabi amici come Algeria o Libia, e altrettanti sono gli studenti universitari. Ma le aspirazioni e le conoscenze non possono essere sfruttate poiché solo la formazioni e l’assistenza sanitaria sono il grande fabbisogno nella vita dei campi.

Moloud è il leader carismatico dell’Ujsario, un trentenne laureato in chimica ad Algeri. La sua organizzazione, composta dal 70% di ragazze, occupa un ruolo centrale nella partecizione sociale e politica. Non esistono mezzi di comunicazione tra le loro cellule nella varie Wilaya, ma con scarse risorse danno vita ad incontri, discussioni culturali e tramite la loro struttura di "esploradores" fanno animazione per i bambini dei villaggi. Ogni anno organizzano le "vacanze di pace" che permettono ai più piccoli, circa diecimila negli ultimi anni, di trascorrere un periodo in diversi paesi stranieri.
Con precisione Moloud elenca gli articoli della Costituzione della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica) che sancisono il diritto alla formazione, al lavoro, alla casa, alla libertà religiosa. Con emozione ci introduce ai giovani deputati del Fronte e a Mahafud Ali Baiba, uno tra i fondatori e leader storico del movimento di liberazione. C’è molta puntualità nella descrizione della loro politica estera scorrendo i temi della realtà mediterranea, dell’incontro tra culture e religioni sino alle considerazioni sull’assenza politica dell’Unione Europea nella risoluzione della vicenda.

Ma il tempo scorre pesantemente in questo mondo che i Sahrawi sentono lontano, con in mente tristi analogie come la vicenda di Timor Est, incerti per un futuro tutto da costruire. Neanche l’incontro con Slobodan Kotevky , direttore della Minurso a Tindouf ci fornisce elementi importanti. Sono impegnati quotidianamente nel risolvere mille problemi organizzativi e aspettano che l’ONU, assuma come priorità politica la convocazione del referendum. In mancanza di altri dati il dialogo si apre ai grandi temi del governo mondiale o ai racconti di guerra di Slobodan, diplomatico "ex jugoslavo" nato e cresciuto a Belgrado.

Il 30 dicembre, in teoria, si dovrebbe concludere il processo di identificazione. La lotta e la resistenza potrebbe essere in via di conclusione, con la dimostrazione che la via pacifica e negoziata sotto l’egidia dell’ONU è l’unica strategia possibile. Il conflitto è stato liberato in questi anni da elementi esterni come la guerra fredda, oggi l’unica priorità è dare valore agli articoli della carta dell’ONU. La prima vittoria dei Saharawi è stata mettere al centro il diritto dell’autodeterminazione come principio universale ed il Marocco, accettando le procedure per il referendum, ha sigillato questa richiesta. "Ci aspettiamo molto da voi, abbiamo bisogno di nostri avvocati in giro per l’Europa".


Da l'Unità del 23 dicembre 1999

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