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ABDEL-AZIZ
"Paesi poveri senza debiti? E’ anche il sogno del Popolo del deserto"
"Il Polisario ha combattuto per 27 anni: ora è tempo di avere risposte concrete"

Torino – Ma si, c’è un poco di amarcord nell’incontro con Ahmed Muhammed Abdel-Aziz. Il Fronte Polisario ha accompagnato intere generazioni di anime belle della sinistra dalle passioni internazionaliste degli anni ’70 ai tempi recenti. Forse molti, anche a sinistra, non lo sanno, o non lo sanno più, ma il Fronte Polisario la sua battaglia per l’indipendenza la sta ancora combattendo. Laggiù nel Sahara Occidentale, dove l’Europa coloniale lasciò, come in quasi tutta l’Africa, frontiere tanto incerte quanto ingiuste. Intanto s’è fatto un governo provvisorio e la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), riconosciuta da molti stati e anche dall’Organizzazione dell’Unità Africana, ha anche un presidente. E il presidente è lui, Abdel-Aziz, che è anche segretario generale del Fronte. Tra gli ospiti d’onore del congresso di Torino, il capo del Polisario ha avuto un momento di commozione, giovedì, quando, quasi all’inizio dei lavori, è stato proiettato nell’aula dei delegati il filmato sull’Africa. Curiosamente (ma forse no tanto) Abdel-Aziz per quel momento di commozione ringrazia anche l’Unità.
"Sì, perché voi dell’Unità, come tutta la sinistra italiana, avete dimostrato un’attenzione e una sensibilità particolari ai problemi dell’Africa, dal tempo della decolonizzazione fino ai problemi sociali ed economici che soffocano il continente oggi. Salvo il nostro paese, che resta in qualche modo l’ultima testimonianza del passato coloniale, l’Africa ormai ha concluso il suo processo di liberazione. Ma anche la fase che il continente vive oggi è drammatica. L’attenzione, la solidarietà, ci sono necessarie."
Lei, signor Presidente, parla delle due fasi che hanno caratterizzato la storia moderna dell’Africa: la decolonizzazione e poi l’esplodere delle difficoltà economiche e sociali. Proprio voi che vi battete per l’indipendenza da quasi trent’anni dovreste essere più di altri consapevoli di quante delle speranze che accompagnano la liberazione si siano perse.
"Il nostro movimento è nato nel 1973 come movimento di liberazione nazionale. Ventisette anni sono tanti, ma io mi dico: che la nostra lotta si stata tanto lunga è una sciagura, ma non può aver avuto anche un risvolto positivo? In fondo noi abbiamo avuto il tempo di maturare. Il Fronte Polisario davanti a se ha avuto sempre due compiti: da un lato difendere il popolo, farlo sopravvivere all’aggressione e quindi combattere sul terreno, con le armi; dall’altro lato governare un popolo in esilio, rappresentarlo nelle organizzazioni internazionali, a cominciare dall’OUA. Fare politica, insomma. Tutto questo è avvenuto a cavallo di due epoche. Al tempo della Guerra Fredda, quando il conflitto est – ovest aveva dei complessi risvolti regionali di cui anche noi eravamo in un certo senso espressione, e poi nel mondo unipolare in cui nella politica internazionale si sono affermate nuovo parole d’ordine: la molteplicità, i diritti umani, le libertà economiche e così via".
Nella vostra lunghissima battaglia ritenete di aver avuto sempre la solidarietà necessaria da parte dell’Europa?
"Il Sahara Occidentale è alle porte dell’Europa. E però non ha avuto la fortuna di altri protagonisti di conflitti, magari assai più complessi, che hanno trovato una soluzione nell’ultimo quarto di secolo. Noi, per così dire, siamo l’ultimo problema del colonialismo. Perché? Secondo me il fatto è che l’Europa, la quale ha un ruolo enorme nella soluzione dei problemi internazionali, come si è visto in Sudafrica o in Namibia o, fuori dall’Africa a Timor Est e in altre regioni, nel nostro caso non è stata all’altezza delle sue responsabilità. Di questo atteggiamento negativo dell’Europa ha profittato soprattutto il Marocco, che è stato sostenuto senza condizioni da diversi paesi europei o verso il quale altri hanno avuto una ipocrita "neutralità". Insomma, per quanto riguarda la soluzione del conflitto, l’Europa è stata semplicemente inesistente. Non parlo di singole personalità pubbliche o di settori di opinione che in effetti ci hanno appoggiato, e ai quali sempre andrà la nostra gratitudine. Ma il perso politico dell'E’ropa si è manifestato, purtroppo, più dalla parte degli oppressori, i quali ne hanno ricavato un enorme profitto".
Parliamo delle colpe dell’Europa. Ma anche del suo possibile riscatto. Che cosa dovrebbe fare per aiutare l’Africa?
"E’ una questione tanto controversa, non solo fra noi africani, ma tra gli europei, tra gli europei e noi, in altre parti del mondo. Una parte di questa discussione, però, parte da premesse sbagliate, che dobbiamo correggere. E’ vero che l’Africa deve affrontare problemi che sono tutti suoi: ci sono problemi di sfruttamento delle risorse, problemi di alfabetizzazione, infrastrutture che mancano, grandi epidemie che non si riesce a combattere. Ma questi sono i frutti della rapina di cui il nostro continente è stato vittima. Allora la vera questione è la concezione con cui si affrontano questi problemi, quale che sia la dimensione degli aiuti. Il debito è enorme, e esercita una pressione insostenibile e dolorosa sulla vita delle popolazioni e sui governi. Gli investimenti esterni hanno un carattere selettivo e sono accompagnati da condizioni spesso inaccettabili. Non sono opinioni di una parte politica: l’OUA, che riflette la grande diversità delle opinioni in Africa, sostiene le stesse posizioni e dovrebbe essere ascoltata. E’ il quadro in cui noi vorremmo che fosse trattata la questione delle sviluppo del continente. Io credo, per esempio, che sarebbe utile organizzare un vertice tra Ue e l’OUA. E lì dovrebbe svolgersi un dialogo vero, perché l’unico messaggio che l’Europa ci ha inviato finora, in fatto di aiuti, è quello del "buon governo", come se i governi africani non dovessero far altro che imparare dall’Europa come comportarsi: un atteggiamento che per noi suona quasi come un insulto".
E’ impensabile che nel vostro continente si sviluppi in processo simile a quello che noi ha portato all’Unione Europea?
"L’idea c’è almeno dagli anni Cinquanta e ha accompagnato, a suo tempo, anche le lotte di liberazione nazionale. L’OUA, in qualche modo, ne è espressione e al suo interno c’è una ulteriore articolazioni a livello regionale. Nelle diverse regioni ci sono delle esperienze e degli sforzi per creare, ad esempio, aree di libero scambio, coordinamenti economici, unificazioni dei passaporti: non sono sviluppi eclatanti e magari non durano molto, ma gli sforzi ci sono".
Di Paolo Soldini


Da l’Unità del 15 Gennaio 2000
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