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Senza Terra nel Deserto

Un popolo in esilio aspetta tra le sabbie roventi di poter tornare nel suo Paese. Il referendum organizzato dall'Onu, che potrebbe spianare ai Saharawi la strada per l'autonomia, sembra ancora un sogno. Intanto dai campi profughi sono arrivati in Italia cinquecento bambini per una vacanza - studio. Tende in mezzo al deserto. Case tondeggianti, come igloo imbiancanti di calce, dalle porte colorate che si aprono sulle dune di sabbia. Muri di mattoni di sabbia, per arginare i finissimi granelli che il vento soffia su tutta la capitale Saharawi. E' tra le dune del deserto algerino che un popolo attende da decenni di tornare in patria, attraversare una linea invisibile che li divide dalla nazione che rivendicano, il Sahara Occidentale, occupato da un ingombrante vicino, il Marocco. I Saharawi lo chiamano "l'ultimo conflitto coloniale dell'Africa".
Tindouf in estate è un miraggio biancastro dal quale emergono i colori delle vesti delle donne, vere reggenti di questa Città-Stato. In un clima che nei mesi estivi diviene soffocante, superando i 55 gradi, circa 200mila persone conservando gelosamente i modi e le abitudini che da centinaia di anni caratterizzano la loro cultura sviluppatasi nel paese che sono stati costretti ad abbandonare. Si sono adattati a una vita da accampamento permanente, in un'attesa infinita, mantenendo per vent'anni intatta la speranza di tornare a casa, di far conoscere la terra degli antenati ai tanti bambini nati sotto le tende di Tindouf.
In fondo all'orizzonte, oltre le dune e verso il mare, si stende il loro miraggio, il Rio de Oro, la terra mitica scoperta dai conquistatori spagnoli nel XV secolo e già abitata dalle sparse tribù dei Saharawi che si spostavano lungo le piste dell'Hammada - il giallo deserto pietroso - e i cui discendenti sono ora tutti ammassati nell'Oasi di Tindouf. Non per questo hanno perso il loro piglio bellicoso, combattono con armi, anche moderne, per la loro terra e libertà; un piccolo esercito, ma grande per il numero esiguo degli abitatni, si tiene pronto a continuare la guerra contro "l'invasore marocchino". Ventimila uomini, divisi in 7 giorni militari, fronteggiano tra i corsi d'acqua stagionali e le sabbie che racchiudono ricchissimi giacimenti di fosfati e petrolio, l'esercito marocchino, almeno 100mila uomini, sentinelle lungo i lunghissimi muri eretti per impedire la penetrazione dei Saharawi. Anche se le armi più efficaci sono le mine, 5 milioni di ordigni disseminati sotto le sabbie del Sahara, che gli improvvisati genieri Saharawi disinnescano manualmente, cercandole una per una, mettendo cautamente la mano sul detonatore, svitandolo, e poi, trattenendo il respiro, contando fino a dieci. Dopo il dieci c'è la vita, e un'altra mina da affrontare.
Gli uomini combattono, le donne amministrano e guidano la vita di Tindouf. In nessun altro popolo di fede islamica il potere e l'autonomia al femminile sono così vasti. Le tuniche tradizionali, le acconciature, i monili, tutti gli ornamenti rilucaono sotto il sole, mentre le donne preparano il cibo, insegnano ai loro bambini, curano i malati, riuniscono le amministrazioni dei vari campi che compongono la loro patria provvisoria: il 90 per cento dei "consiglieri comunali" sono donne, così come gli insegnanti. Gli altri abitanti di Tindouf sono i bambini, che corrono e giocano negli spazi aperti o lungo i tanti muri eretti che hanno finito per creare un intrico di stradine, quasi a fromare una kasbah attorniata dal nulla. Dei rari uomini che si possono incontrare, alcuni sono i prigionieri, i militari marocchini che spesso sono lì da anni, e attendono vivendo accanto ani nemici la liberazione.
In questi giorni le armi potrebbero tornare a tuonare tra le dune del deserto, ora che la lunga mediazione dell'Onu per un accordo tra Saharawi e Marocchini è vicinissimo al fallimento per consunzione, cocciutaggine ed esaurimento di alternative. Piccolo e ostinato, il popolo del Sahara Occidentale chiede agli osservatori della Nazioni Unite, giunti in questo angolo di "Deserto dei deserti" dieci anni fa, di organizzare un referendum che sancisca la loro indipendenza. Sono certi del risultato, vinceranno loro e non i tanti coloni mandati dal Marocco ad abitare le terre e le coste pescose dell'Oceano Atlantico. Eppure, ogni volta che il sogno si avvicina alla realtà finisce per sfumare, come un miraggio: anche questa volta è assai probabile che un ennesimo rinvio allontani l'indipendenza, e al posto di essa venga promessa una "terza via", un'autonomia che il popolo senza patria non vuole, come un inganno offerto dall'Occidente a soluzione di un problema troppo piccolo ai suoi occhi, come un granello bianco in un deserto di sabbia.
Di Stefano Citati

SOLIDARIETA'.
SONO TRECENTO I COMUNI ITALIANI CHE OSPITERANNO I PICCOLI SAHARAWI. ALTRE MIGLIAIA ANDRANNO IN SPAGNA E FRANCIA.

Cinquecento bambini sono arrivati in questi giorni in Italia, sparpagliandosi in centinaia di Comuni, da nord al sud. Sono i piccoli Saharawi, tutti di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, che le associazioni di solidarietà verso il loro popolo ospiteranno, come ogni estate, per farli studiare, giocare, divertire, lontano dal caldo torrido di Tindouf e dall'oppressione dei campi profughi. Da molto tempo ormai i gruppi di sostegno e solidarietà, composti da associazioni private e dalle amministrazioni comunali, oltre a organizzare una Carovana che il 12 ottobre (giorni della festa nazionale dei Saharawi) di ogni anno, porta cibo, mezzi e medicinali a Tindouf, hanno stretto rapporti con la popolazione del Sahara Occidentale per aiutare i bambini. Sono ormai trecento i comuni italiani gemellati con l'oasi algerina che fa da stato ai Saharawi; da lì migliaia di bambini partono ogni primo luglio per stemperare in Europa l'isolamento forzato del deserto. Settemila andranno in Spagna, altrettanti in Francia, così come in molti altri Paesi Europei. I bambini nei campi del deserto algerino sono 25mila, e tutti hanno il diritto di andare in vacanza almeno una volta; ma è difficile poter decidere ogni volta chi possa partire per l'Europa. Perciò è stato creato un metodo di valutazione che stimola i bambini a studiare; i più meritevoli a scuola ottengono di essere tra i primi delle liste. Ma un posto c'è anche per i bambini che hanno problemi di salute, ai quali l'aria mefitica dell'estate torrida nel deserto farebbe ancor più male, e ci sono gli orfani. Dunque, tutti, tra gli 8 e i 12 anni, verranno accolti in Europa almeno una volta.


Dal Manifesto di Martedì 14 Dicembre 2000
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