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Un Popolo Dimenticato

Il calvario dei Saharawi in cerca di autodeterminazione torna alla ribalta con la visita in Italia del re del Marocco

Hanno ottenuto il riconoscimento ma chiedono con forza un referendum. Il Marocco però lo nega perché sancirebbe l'indipendenza; preferirebbe piuttosto concedere una "larga autonomia" a tutto il Sahara Occidentale.
Di Giorgio Tosi

Fra i tanti popoli dimenticati, che Franz Fanon chiamava i "dannati della Terra", va ricordato quello Saharawi che vive nella parte meridionale dell'Algeria in un territorio grande come l'Italia, ricco di fosfati e con un mare pescoso. Al termine di una guerra dura e sanguinosa, il Fronte Polisario (che è l'organismo politico e militare del popolo Saharawi) costrinse il Marocco nel 1988 a firmare un trattato di pace che prevedeva tra l'altro il referendum per l'autodeterminazione, cioè per l'indipendenza dello Stato Saharawi. Nel 1991 il Consiglio di Sicurezza dell'Onu approvò il referendum garantendone lo svolgimento, che però non è mai avvenuto. Il Marocco lo ha sabotato in ogni maniera il boicottaggio continua. I Saharawi intanto hanno organizzato il loro Stato che si chiama RASD: Repubblica Araba Saharawi Democratica, riconosciuta da 80 paesi e facente parte dell'Organizzazione dell'Unita Africana. La sua capitale è Tindouf.
Il presidente della Repubblica Saharawi recentemente ha raccontato a una missione italiana, di cui faceva parte Tom Benetollo dell'Arci, le sofferenze della sua gente che vive da decenni in condizioni disumane. E ha aggiunto: "abbiamo ottenuto il riconoscimento che volevamo….E' tempo di andare al referendum. No accetteremo rinvii. Non si può andare avanti così. Se non ci sarà un chiaro impegno, non escludiamo neppure la ripresa della lotta armata."
La situazione è singolare perché mostra intrecciati il diritto e il contrario. Il presidente Saharawi Abdel Aziz chiede un chiaro impegno: ma questo c'è già. C'è la firma del Re del Marocco in calce al trattato di pace, e c'è la risoluzione dell'Onu. Sono passati 9 anni (la consultazione elettorale era prevista per il 1991) ma il referendum deve ancora svolgersi. A Timor invece, i cui fatti risalgono all'anno scorso, il referendum si è già svolto e l'Onu è intervenuta per farne rispettare il risultato. Il diritto e il contrario, appunto!
Nel territorio Saharawi invece del referendum c'è il "Muro". Il Marocco non si è limitato a sabotare il referendum, violando il trattato di pace e la risoluzione dell'Onu. Il "Muro" è stato costruito non solo per evidenti scopi militari, ma per dare un segnale politico: il Marocco non vuole il referendum che sancirebbe l'indipendenza dello Stato Saharawi, ma preferisce la cosiddetta "larga autonomia" di tutto il Sahara Occidentale sotto la sovranità marocchina. Il Marocco intende stracciare gli accordi e la risoluzione Onu, e far tornare indietro la storia. Questa eventualità è fermamente respinta dalla Repubblica Saharawi, dal presidente Abdel Aziz fino pastore.
Inoltre l'Algeria che è alleata del Fronte Polisario, cioè dello Stato Saharawi, non ha interesse ad accettare un simile passo indietro, che equivarrebbe a una sconfitta politica e diplomatica dopo una vittoria militare conquistata sul campo. Che fare?
L'esperienza insegna che anche la più nobile cause non può sostenersi e vincere sui soli sentimenti, per quanto nobili. Bisogna che gli ideali si innervino negli interessi della politica. Si può immaginare allora un do ut des che giovi concretamente alla causa Saharawi. Il Marocco guarda all'unione Europea come a un traguardo desiderato, che però non potrà raggiungere con la ferita aperta della questione Saharawi.
L'Italia potrebbe sponsorizzare il Marocco in cambio del referendum. In questo mese di aprile il Re del Marocco ha visitato l'Italia. Quale migliore occasione per insistere per lo svolgimento del referendum, per il rispetto della legalità internazionale, in nome dell'Onu? Il diritto non deve valere solo in alcune regioni del mondo e in altre no. Perché per Timor sì e per il popolo Saharawi no? Kofi Annan segretario Segretario Generale dell'Onu ha lanciato un suggerimento: il popolo di Timor ha avuto la fortuna di trovare uno sponsor potente, l'Australia. Forse l'Italia potrebbe fare per la Repubblica Saharawi la parte dell'Australia. Perché no? Diventerebbe un titolo d'onore per la nostra politica estera. Alla nobiltà della causa si sposerebbero i concreti interessi economici dell'Italia, che da una maggiore intesa con l'area magrebina e sahariana (Algeria, Marocco e Repubblica Saharawi) vedrebbe incrementati i traffici commerciali e un migliore approvvigionamento di materie prime.


Da "Rinascita" del 28 Aprile 2000
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